venerdì 9 ottobre 2015

The Wall-s

Ho mura bianche che in due mesi possono raccontare più cose di migliaia di pareti.
Ho mura che in due mesi hanno visto armadi, genitori, amici, risate e pianti.
Ho mura che in due mesi hanno ascoltato i Nirvana, Enya, i Joy Division, Jimi Hendrix e David Guetta.
Ho mura che fra due mesi saranno piene di pantere nere, poster di New York, bollette da pagare, biglietti di concerti.
Ho mura piene di felicità e malinconia.
Ho mura, maniglie e tende di docce.
Ho vasi di piante alle finestre e fiori bianchi.
Ho amiche, amici e famiglie.
Ho musica, libri e scarpe nascosti in 30 metri quadri.
Ho una camera che vale per due.
Ho amici che valgono cento.
Ho una famiglia che vale per mille.
Ho musica che vale una vita.
Ho vino rosso con bollini dorati.
Ho piatti da lavare e una pentola più grande del mio lavandino.
Ho una Torre a portata di vista ogni volta che la cerco.
Ho Parigi, ho Roma, ho la Francia e ho l’Italia.
Ho tutto ed ho niente.
Ho un pigiama da infilare e un’altra giornata da vivere.



mercoledì 8 aprile 2015

Volo AZ0332 Roma Fiumicino-Paris Charles De Gaulle

"Fasten seat belt while seated"
Non ho idea di quante volte avrò letto questo monito, ormai.

Prima del decollo, Alitalia trasmette Giovanni Allevi, Vueling i Nouvelle Vague, Easyjet opta per le nuove uscite discografiche del momento. Credo che una volta mi deliziò addirittura con i DeVotchKa. Ryanair, invece, non trasmette nulla. Prima del decollo di un volo Ryanair solo tanto rumore e conversazioni a voce troppo alta. Quando compro i miei biglietti online consultando le tariffe più basse su Skyscanner, anche questo influisce sulla scelta della compagnia che mi riaccompagnerà a Roma. O almeno, mi piace pensare che sia così.

Nella tratta aerea Parigi-Roma-Parigi, non tutto è come sembra. Il tipo in piedi davanti a me con tatuato un enorme scudetto della A.S. Roma sul bicipite, tira fuori dal suo zaino un libro di chimica in inglese. La coppia di cinquantenni un po' impacciati in tuta, non proviene da chissà quale paese della provincia pontina, ma dal 17ème arrondissement. Il tizio dalla folta chioma rossa con l'aria da bretone purosangue, togliendosi il maglione di lana, esclama: "Ammazza che callo quaddentro!" Il piacente steward che mi sorride un po' malizioso all'entrata, ha in realtà una vistosa fede all'anulare della mano sinistra. Al momento del decollo, decido comunque di seguire attentamente le sue istruzioni di salvataggio in caso di avaria: non serviranno a far sparire quell'anello, ma almeno saprò cosa fare se il gilet giallo non dovesse gonfiarsi da solo. È una magra consolazione, di questi tempi...

I R.E.M. cantano a ripetizione nelle mie orecchie "Walk unafraid" e io chiudo gli occhi, alzo la testa lasciando aderire completamente le spalle allo schienale del mio sedile, chiudo gli occhi e mi mordo il labbro. Ancora un aereo, ancora una tratta Parigi-Roma-Parigi. Ancora una volta mio padre che mi accompagna in aeroporto e che agita la mano per salutarmi mentre passo i controlli dei bagagli.

In volo mi piace guardarmi intorno, immaginando le storie degli altri passeggeri, cercando di farcirle sempre di un qualche retroscena melodrammatico. C'è la giovane famiglia italo-francese: mamma francese, papà italiano, hanno poco meno di 40 anni e hanno portato i due bambini di 7 e 4 anni a Roma a trovare i nonni paterni per Pasqua. Sembra la famiglia perfetta, ma i bambini non vedevano i loro nonni da ormai già due anni perché questi ultimi non vanno d'accordo con il loro papà. C'è la studentessa Erasmus di 23 anni con le Converse e la felpa col cappuccio che è rientrata per le due settimane di vacanze primaverili della sua università francese. Con l'occasione, ha pensato di rientrare a Roma per dare un esonero di Critica letteraria e portarsi avanti con gli esami da sostenere al rientro in Italia a luglio. E già che c'era ha anche riabbracciato il fidanzato al quale sta cercando di restare fedele, costi quel che costi. Ha un'aria serena, ma dentro di sé teme che il fidanzato la lascerà a luglio, pochi giorni prima dell'esame finale di Critica letteraria. C'è la coppia di trentenni della banlieue parigina che ha deciso di trascorrere il ponte di Pasqua a Roma, guida Routard alla mano e piccolo bagaglio a mano con lo stretto indispensabile per il weekend. Belli e sorridenti, riguardano le foto del soggiorno per tutta la durata del volo. Lui, in realtà, la tradisce con la sua ex-compagna di Ecole de commerce. C'è il tipo accanto a me che non appena la hostess lo acconsente, tira fuori il suo laptop. Vestito da giovane manager rampante, in realtà è presissimo dalle correzioni del suo paper in inglese di dottorato di ricerca in Biotecnologie (stando a quanto riesco a intravedere con discrezione dal mio posto). Lui, però, da grande avrebbe semplicemente voluto guidare le barche.
E poi ci sono io. Con il mio lunghissimo CV di voli Parigi-Roma-Parigi, il mio perenne raffreddore da sbalzi di temperatura da rientro in Italia, le cuffie Sony grandi come un casco di banane, le guance rigate dalle almeno 3 lacrime che scendono nonostante cerchi di trattenerle per tutta la durata del volo. Ogni volta spero che nessuno mi veda. Non vorrei che gli altri passeggeri immaginassero inverosimili storie strappalacrime anche su di me. Non vorrei che gli altri passeggeri pensassero che sono l'ennesima italiana all'estero a cui mancano la mamma e il papà, le lasagne al ragù, i pomeriggi al mare a Torvajanica con gli amici, le belle giornate di sole a far niente in giardino con i suoi cani.
"Tutto bene, Signorina?" Oh no, lo steward ha notato gli occhi lucidi. "Sì, sì! Solo un po' di allergia al polline..."

Inspira, espira. Rimetti la canzone daccapo prima dell'atterraggio. Torni a Parigi carica e pronta a un nuovo giorno di lavoro. Dannata allergia che ti viene ogni volta che rientri in Italia. Riesce sempre a farti lacrimare gli occhi.

"Signore e signori Alitalia vi dà il benvenuto a Paris Charles de Gaulle. La temperatura esterna è di 10 gradi centigradi, il tempo è [stranamente] buono. Vi ringraziamo per aver scelto di volare con noi e vi auguriamo un ottimo soggiorno a Parigi..."

Inspira, espira.



venerdì 13 marzo 2015

Eyjafjallajökull, il vulcano che conosceva il futuro.

Eyjafjallajökull ci aveva provato in tutti i modi a farmelo capire, ma all'epoca non avevo colto i suoi chiarissimi segnali dal Nord.

Passeggio per le vie dell'Ile de la Cité con mia madre. È un caldo e assolato pomeriggio di aprile 2010, e dopo numerose chiamate senza risposta, riesco finalmente a prendere la chiamata di mio padre sul mio all'epoca ipermoderno Samsung con touch screen e videocamera da ben 3 megapixel.
“Oh, ma ci riuscite a tornare a casa?”
“Ah pa', ma che dici?”
“Eh, c'è un vulcano in Islanda che ha eruttato e tutti i voli in Europa sono cancellati...”
“Ah pa', ma falla finita co' sti scherzi!”
“Vabbè, vedete un po' voi.”
Riattacco.
“Ma', c'è papà che dice che c'è un vulcano in Islanda che ha eruttato e che, a causa delle ceneri che volano in cielo, tutti i voli in Europa sono cancellati...”
“Tuo padre non sa più che inventarsi per fare degli scherzi.”
Dopo appena 5 minuti, i titoli dei giornali in un'edicola vicino alla cattedrale di Notre-Dame confermano quello che sembrava uno scherzo di un papà in cerca di attenzioni.
Non sto a spiegarvi come e perché, ma dopo interminabili momenti di panico, io e mia madre riusciamo finalmente a trovare il modo di rientrare a Roma. In un pullman con un gruppo di thailandesi, passando per la Svizzera, con soste pipì a Ginevra e Lugano. Tutto questo nella notte del mio ventiseiesimo compleanno.
Chi conosce un po' della mia vita, capirà l'ironia dell'annedoto.

Eyjafjallajökull me lo aveva detto e predetto: resterai a Parigi, passerai per la Svizzera, nella difficoltà ti divertirai da morire, mangerai baguette in un pullman, correrai nei corridoi del metrò Chatelet con una valigia in mano.
Un vulcano in Islanda aveva cercato di dirmelo in tutti modi: “Tu devi restare qua. E se proprio vorrai mettere il muso fuori da questa città che odora di Starbucks, fogne e croque monsieur, sarà per andare in Svizzera."
A poco sono valsi in giri in Corsica, i colloqui di lavoro a Roma, le candidature inviate in Portogallo. Temo davvero che all'epoca il vulcano avesse capito di me stessa molto di più di quanto non avessi potuto fare io.

Parigi non è una città perfetta. Piove 6 giorni su 7. Ogni volta che guardi per terra, per strada o nel metrò, vedi un topo. Nei bistrot si mangia raramente bene e io e miei amici combattiamo a fasi alterne con gastriti e disturbi intestinali. Le case sono piccole e vecchie. Gli stipendi sono sempre troppo bassi rispetto al costo medio della vita. I parigini sono rari e, quando ne conosci, non sono della specie più simpatica.
Il bello di Parigi, però, è che riesci, dopo ormai 3 anni che ci vivi, a sentirti allo stesso tempo sempre “parigina” e “straniera”.
Parigina perché conosci a memoria le sue 14 linee di metrò e, ad occhi chiusi, sapresti come andare da Saint-Germain-de-Près a Porte de la Villette con un solo cambio di linea, passando per Gare de l'Est. Parigina perché sai perfettamente dove andare se di giovedì sera cerchi un happy hour a base di birra con piattino di sauté di cozze gratis (e da qui potete compredere perché abbiamo innumerevoli problemi di gastrite, noi parigini acquisiti). Parigina perché sai perfettamente da quale parte della Senna stare in un incredibilmente assolato pomeriggio di metà marzo per godere per più tempo possibile del sole, prima che questi si vada a nascondere dietro il settimo piano di chissà quale palazzo haussmaniano.
Straniera perché, dopo 3 anni, ancora tutti ti chiedono in quale città in Italia sei nata (“Aaah Rome! C'est magnifique!”). Straniera perché ancora oggi tutti i francesi, subito dopo aver scoperto che sei italiana, ti chiedono la “vera ricetta” della carbonara. Straniera perché ogni mattina alle 9.30, la collega all'ingresso dell'open space dove lavori, ti saluta dicendoti “Hey, ciaò Laooooora Pausiniiii!”
Parigina e straniera allo stesso tempo perché scopri che riesci a gioire come una bambina davanti a una casa delle Barbie nuova di zecca perché la tua amica ha finalmente trovato un piccolo appartamento tutto per sé. Perché scopri un nuovo posto dove bere un ottimo cocktail a base di zenzero e rum. Perché quando a Parigi inizia ad arrivare la primavera “Mamma mia, c'est top quoi. Compro al volo una bottiglia di rosé e ci facciamo aperò sulla Senna, che ne dici?”

Eyjafjallajökull me lo aveva detto in un caldo e incredibilmente assolato pomeriggio di aprile: ti aspettano ancora tanti caldi e assolati pomeriggi a Parigi, non potrai scappare troppo facilmente. 


domenica 25 gennaio 2015

Three years in Paris

Giorni trascorsi da quel 24 gennaio 2012: 1097
Paia di stivaletti acquistate da quel 24 gennaio 2012: 15. È ufficialmente una patologia.
Tragitti in linea 8 con cambio a Opéra: non calcolati
Traslochi effettuati: 3. Nella migliore delle ipotesi, presto 4
Voli low cost presi per rientrare a “Casa”: infiniti
Litri di vino rosé bevuti sulle rive della Senna nei lunghi pomeriggi estivi parigini: almeno 50
Grandi amori finiti tragicamente: molti, ma non abbastanza da perdere ogni speranza
Viaggi in ambulanza verso l'ospedale circondata da aitanti pompieri: 1
Chilometri percorsi passeggiando per le strade di Parigi: mai troppi
Buoni motivi per lasciare Parigi: molti
Buoni motivi per restare a Parigi: comunque molti di più dei buoni motivi per lasciare Parigi

Sono 3 anni. Dovevano essere 3 mesi in principio. Amen, io non li seguo mai i piani.
3 anni di Parigi. 3 anni di domande su chi sono, cosa faccio, dove sto andando, perché sono qui. Le risposte a queste domande iniziano a definirsi sempre più chiaramente, grazie a Dio. E grazie a Dio, di domande ne subentrano delle nuove. Non sarebbe una vita stimolante senza domande.

Sono 3 anni di Parigi. 3 anni da quella caduta nei corridoi della metro a Denfert-Rochereau spingendo la mia valigia più grande. Quella che è nascosta con grande cura dietro le tende della mia camera. Perché ogni volta che la rivedo ricomincio a farmi le stesse domande alle quali credo di aver iniziato a trovare delle risposte. Quella valigia che non voglio vedere perché ogni volta che l'ho usata, è stato per dare un cambiamento drastico alla mia vita. E io di cambiamenti drastici dettati da una capiente valigia da 40 kg, per ora non ne voglio più.

Quando i francesi mi chiedono se sto bene a Parigi – et sinon, Paris ça te plaît? - ho ricominciato a dire di sì. Sorridendo.
Questa è la città che mi si è aperta davanti agli occhi poco per volta. Appena arrivata, notavo solo le sue brutture. La miseria, la sporcizia, i cattivi odori, la pioggia, la difficoltà di trovare un alloggio. Era Parigi che mi stava studiando. Voleva vedere quanto volessi misurarmi con lei. Quando ha capito che potevamo diventare buone amiche, ha deciso di sciogliersi i capelli e lasciarsi andare. La pioggia ha lasciato il posto al sole. Il Canal de l'Ourcq si è scongelato e ha iniziato ad invitarmi per l'aperitivo alle 19. Le passeggiate in solitaria si sono trasformate in un mosaico di facce familiari e amiche. Le cene davanti ai telefilm in streaming, sono diventate calorose cene in chiassosi bistrot. Le strette di mano di presentazione, sono diventate gli abbracci di cari amici.

Esattamente un anno fa, però, io e Parigi abbiamo attraversato un periodo difficile. Iniziavamo ad essere stanche l'una dell'altra. Io mi guardavo intorno nell'ipotesi di trovare una nuova città amica. L'ipotesi, però, è durata molto poco. Ci siamo tenute il broncio per un po', ma poi ci siamo messe a ridere e adesso siamo ancora più amiche di prima.

Parigi amica, sempre forte e fiera. Ultimamente, però, ha mostrato il suo volto più fragile. Ancora illuminata a feste natalizie, Parigi si è spezzata. Un blackout intervallato da spari. I volti delle persone impaurite. I colleghi in panico per i figli a scuola a Montrouge. Gli amici a pochi passi da Porte de Vincennes. Le strade vuote. I militari con i mitra in mano nella metro, nelle stazioni e vicino alle scuole. No, non è la guerra. Ci sono realtà ben più tragiche di questa, lo sappiamo tutti. Ma Parigi si è spezzata per un attimo. Ed è proprio nel momento in cui scopri le fragilità di un'amica che ti rendi conto del bene che le vuoi. Di quanto vuoi rimanerle accanto. Che ti rendi conto che speri che di anni insieme ce ne saranno ancora tanti.

- Et sinon, Paris ça te plaît?
Sorride e guarda il boulevard dalla finestra del bistrot. - J'adore.



mercoledì 1 ottobre 2014

Only Mortadella can break your heart

I miei amici portoghesi la chiamerebbero Saudade. Quella malinconia nella quale riesci quasi a cullarti, che ti accompagna come un cane fidato che ogni tanto ti ricorda della sua presenza dandoti una musata sul ginocchio. E mi torna in mente che in un passato nemmeno tanto remoto, compilai un numero indefinito di moduli proprio per andare a lavorare in Portogallo.
Chissà come sarebbe stata la mia vita in Portogallo...

Io, la Saudade, me la porto dietro ormai da un po'. E quando, come stasera, mi sale il magone mentre scendo le scale della metro Lourmel perché vorrei che fossero le scale della metro Re di Roma, la curo a colpi di mortadella.
Entro nel mio Monoprix di fiducia. Quello all'incrocio fra Rue du Commerce e Boulevard de Grenelle. Quello dove vado da più di due anni a questa parte. Prendo un carrellino piccolo da spesa che fa tanto single parigino, e mi inoltro nei due piani di merce di questo affollato supermercato. Inizio prendendo flaconi di shampoo all'avena e deodoranti senza parabeni, per rendere il carrellino più affascinante e un po' meno rital
Poi mi dirigo al secondo piano. E lì, vado diretta verso la mortadella. Bella, genuina, rosa. 
Je vois la vie en rose. 
Nel carrellino, insieme a lei, shampoo, deodorante, una baguette, un po' di formaggio e una bottiglia di vino rosé. 
Je vois la vie en rosé.

Arrivata a casa, ripongo i miei cosmetici rigorosamente senza parabeni nella salle de bain, stappo il vino, taglio quasi mezza baguette e mi appresto, con una minuzia quasi chirurgica, ad alternare strati sottilissimi di formaggio a fette a spessi strati di magnifica mortadella. Sono pronta a gustare la mia baguette all'italiana, sperando di essere teletrasportata in un momento nel salone verandato di casa mia, o di casa dei miei – non so più come chiamarla.

Casa mia.
Roma mia.
Mamma mia.

Solo che 'sta mortadella non è mica buona come quella di casa. Non profuma. Il panino allappa. La baguette ci sta male. Sto formaggio non c'entra un cazzo. Ma chi me l'ha fatto fa' de spenderce pure i soldi. M'è costata quanto un braccialetto de Tiffany, 'sta mortadella.

I miei amici portoghesi la chiamano Saudade. Io non lo so come chiamarla. È la voce che si strozza mentre parli su Skype con tua madre e le racconti il concerto della sera prima di tre cantanti romani in tournée a Parigi: “...è la Roma quella bella, Mamma. Quella che mi manca.”
Perché cazzo se mi manca Roma! Ormai da non so quanto, vivo con quella sensazione che ti dà la fine di una tragica e malata storia d'amore. Come quando sei combattuta fra il dolore della rottura e della lontananza, e la consapevolezza che tornare indietro e riprovarci ti farebbe stare ancora peggio. Perché sai che non sarebbe più come prima. Perché ormai tu hai preso un'altra direzione e no, in realtà non rivorresti adesso quella vita, ma ti manca lo stesso.

E mi mancano i cornetti col cappuccino, i distributori di sigarette, il Circolo degli Artisti, i miei cani, “che se famo 'n aperitivo ar volo?”, mio padre che esce a comprare il giornale e rientra coi volantini delle offerte dei negozi di elettrodomestici, mia madre che torna dal lavoro e fa il caffé alle 6 di sera, “te faccio 'no squilletto quando so' pronta”, “Giusè, scendiiiii che è pronta la cenaaaaaaa”, mortaccivostracheschifostacittàdemmerda, chonamarezzatotale, ammazzachebbellaRomancentroperò, ciaosentichemmedaineurodepizzabbianca, tepregononannamaTrasteverecheppepparcheggiàpoiènbordello...

I miei amici portoghesi la chiamo Saudade. Io un nome non so darglielo, ma è lì e stasera non vuole proprio andarsene.
Je vois la vie en Rome.



domenica 30 marzo 2014

Almost 30

Meno di un mese ai 30. E a me di iniziare a fare bilanci non interessa. E non credo mi interesserà fra meno di un mese.
Meno di un mese ai 30 e comecazzocisonoarrivatacosìprestononloso. Voi che ai 30 ci siete arrivati prima di me, vi eravate resi conto di esserci arrivati?
Meno di un mese ai 30 e mi sembra ieri che spegnevo le candeline la sera del mio venticinquesimo compleanno nel soggiorno di casa mia, con le mie amiche. Amiche che, nel frattempo, si sono laureate, sono andate a convivere con i loro compagni, hanno cambiato lavoro, hanno avuto figli o hanno deciso di non fare più parte della mia vita. Avevo tanta paura per i miei 25 anni, non succederà di nuovo per i 30. Per i miei 30 anni, non diventerò una trentenne impaurita.

Quando ne parli a 15 anni, dei 30, pensi sempre che nella tua vita non esisteranno, che tu subirai una sorta di ibernazione a 29 anni e rimarrai per sempre con quel 2 davanti. Almeno, io non mi ci vedevo a 30 anni. Non mi immaginavo sposata, non mi immaginavo da nessuna parte di preciso, non mi immaginavo con dei figli. Semplicemente, non mi immaginavo. Tutti i miei programmi, infatti, si sarebbero dovuti compiere entro i 28 anni. Il problema è che di programmi ne avevo davvero tanti e oggi, a meno di un mese dai 30, ancora non li ho portati tutti a termine. Devo ancora fare il giro del mondo in mongolfiera, trovare il grande amore, farmi i capelli a carré e tingermeli di blu.

C'è stato un problema nel planning, scusate.

Nessuno mi aveva spiegato che ogni anno sarebbe corso via sempre più in fretta.
Nessuno mi aveva spiegato che, anno dopo anno, di programmi se ne sarebbero aggiunti altri diecimila.
Nessuno mi aveva detto che avrei abbandonato il progetto di carré blu, per adottare un mosso quasi biondo.
Nessuno mi aveva detto che avrei fatto tre traslochi a Parigi, perché nessuno mi aveva detto che sarei venuta a vivere a Parigi – anche se, in realtà, una bimba di 8 anni, in vacanza per la prima volta a Parigi, guardando un camioncino della municipalità lavare il suolo di rue Beaubourg, aveva avuto la netta sensazione che un giorno sarebbe stata parte di questa folle città; quella stessa bimba, è diventata poi una giovane venticinquenne che davanti a Notre-Dame ha formulato lucidamente la frase “Parigi, io la amo, ma non credo che potrei mai viverci”.
Nessuno mi aveva detto che a meno un mese dai 30, mi sarei sentita così tanto giovane. Come se avessi tutta la vita davanti, come quando di anni ne avevo 20. Come se di tempo per fare quel carré blu ce ne sarà ancora in abbondanza.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, una domenica mattina mi sarei svegliata con i muscoli indolenziti dallo sport, con il bisogno di scrivere.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, mi sarei resa conto che chissenefrega dei bilanci, dato che ho imparato di più in 5 anni da vagabonda che in tutta un'esistenza impiegata a fare bilanci su me stessa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni, avrei scoperto sorprendentemente che i jeans a vita alta mi stanno molto meglio dei jeans a vita bassa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese di 30 anni, avrei avuto la netta sensazione di essere amata e di amare profondamente, anche senza un uomo al mio fianco, perché nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni avrei scoperto che la famiglia può diventare un faro visibile a migliaia di chilometri di distanza, un fratello può diventare un compagno di viaggio e un serbatoio di orgoglio, le amiche lontane possono diventare delle sorelle, gli amici vicini una nuova famiglia, e i colleghi di lavoro dei compagni di banco.

Meno di un mese a 30 anni. Di bilanci non ne faccio semplicemente perché non ho tempo. Fuori ci sono 21 gradi.  


lunedì 3 febbraio 2014

Gli italiani all'estero non esistono...

Io non lo so come passano il tempo gli italiani all'estero. Sembra sia la cosa su cui si interrogano tutti gli italiani in Italia, ultimamente. Mi dispiace, io non lo so.

Io non lo so come passano il tempo gli italiani all'estero, perché gli italiani all'estero non esistono. Esistono tante persone che hanno deciso di prendere un aereo un giorno e poi non sono - ancora? - tornate all'aeroporto di partenza. E non sanno se lo faranno mai.
Esistono tanti ragazzi che sono partiti per pochi mesi e, poco per volta, si sono resi conto che il contenuto di quella valigia Carpisa non era più sufficiente e che quei pochi mesi sono diventati anni. E allora hanno accumulato vestiti, tazze, libri, lenzuola, letti e mobili. E si chiedono quasi ogni giorno cosa ne faranno se mai torneranno “a casa”.
Esistono tanti ragazzi che non ricordano il momento in cui hanno deciso di “fuggire” dall'Italia. Semplicemente perché non lo hanno deciso. Le possibilità sono porte che si schiudono improvvisamente e molto spesso si viene risucchiati da quello che si nasconde dietro di esse.

Non so, tanto meno, come passano il tempo i celeberrimi cervelli in fuga, perché io non ne conosco. Io conosco solo anime in pena: persone che scelgono ogni giorno di non tornare in quell'aeroporto di partenza per allontanarsi dalla disoccupazione, dalla crisi, dai fallimenti amorosi, dalla provincia soffocante e pettegola. Quello che queste anime in pena non vogliono ammettere, però, è che di delusioni amorose, di lavori precari e mal pagati e di pettegolezzi, ne è pieno il mondo. Anche le più affascinanti metropoli multietniche.

Io non lo so quello che fanno gli italiani all'estero perché non catalogo le persone in base al loro passaporto. Cosa che, purtroppo, ancora troppa gente fa. E il mio più grande sogno è quello di far capire agli italiani e ai non italiani che non siamo tutti uguali.
Ci sono gli italiani all'estero felici e soddisfatti di quello che hanno trovato, quelli che sgobbano dalla mattina alla sera perché sono affermati manager e quelli che sgobbano dalla sera alla mattina perché lavorano al turno notturno di brasserie con servizio continuo 24/24, quelli idealisti e quelli attaccati ai soldi, quelli che si attanagliano il cervello con domande esistenziali e quelli che di domande non se ne fanno affatto. Ci sono gli italiani all'estero che hanno studiato tanto e italiani all'estero che hanno studiato di meno. Italiani all'estero che parlano a voce alta e italiani all'estero che fai fatica a sentire cosa dicono per quanto la loro voce sia discreta. Ci sono italiani all'estero che mangiano orsetti gommosi e italiani all'estero che li odiano. Italiani all'estero che “ce l'hanno fatta” e italiani all'estero che si chiedono se al mondo ci sia davvero un posto per loro. 
Pensate, ci sono addirittura italiani all'estero che si sposano e fanno figli con non italiani all'estero, e con questi figli non parlano italiano. Ma ci sono anche italiani all'estero che risiedono all'estero e parlano ancora molto male la lingua del posto. E magari si innamorano di altri italiani all'estero.
Ci sono italiani all'estero che non credono di essere in vacanza da una vita, anzi. Alcuni credono che sarebbe addirittura stato più facile restare a casa da mamma, ché “almeno una buona cena la sa preparare e mi coccola se ho la febbre”. 
Ci sono italiani all'estero che mettono da parte soldi e giorni di ferie per fare vacanze non in Italia (all'estero, appunto). Ma ci sono anche italiani all'estero che preferiscono investire i propri soldi e le proprie ferie per andare a trovare il più spesso possibile la nipotina che cresce velocissima.
Ci sono italiani all'estero che non tornano in Italia semplicemente perché hanno molta più paura del “noto” di quanta non ne abbiano dell' “ignoto”. E poi ci sono italiani all'estero che “mi faccio due anni qui e poi torno a casa col CV arricchito e apro una start-up”. Ma ci sono anche quelli del “mettiamo insieme un piccolo capitale di partenza e apriamo una pizza al taglio a Saint-Germain-des-Près ché la ristorazione italiana va sempre una bomba a Parigi ”.
Ci sono italiani all'estero che ritoccano di continuo il loro CV in cerca di una nuova chance, italiani all'estero adagiati sul loro posto fisso, italiani all'estero che sognano di mollare tutto e aprire quel famoso chiosco sulle spiagge di Cuba. Lo stesso chiosco che sognavano quando non erano ancora italiani all'estero...

Io non lo so quello che fanno gli italiani all'estero, ma credo che non sia davvero tanto diverso da quello che fanno tanti italiani in Italia.

Il mondo è piccolo, la gente mormora e la crisi è ovunque.

E poi, esistono anche tanti italiani all'estero offesi dal falso mito dell'italiano all'estero...


Women // Teachers

"E' da tanto che non scrivi, come mai?"  E' una domanda che mi è stata posta ogni tanto nell’ultimo paio di anni. Semplic...