Non ho idea di quante volte avrò letto questo monito, ormai.
Prima del decollo, Alitalia trasmette Giovanni Allevi, Vueling i Nouvelle Vague, Easyjet opta per le nuove uscite discografiche del momento. Credo che una volta mi deliziò addirittura con i DeVotchKa. Ryanair, invece, non trasmette nulla. Prima del decollo di un volo Ryanair solo tanto rumore e conversazioni a voce troppo alta. Quando compro i miei biglietti online consultando le tariffe più basse su Skyscanner, anche questo influisce sulla scelta della compagnia che mi riaccompagnerà a Roma. O almeno, mi piace pensare che sia così.
Nella tratta aerea Parigi-Roma-Parigi, non tutto è come sembra. Il tipo in piedi davanti a me con tatuato un enorme scudetto della A.S. Roma sul bicipite, tira fuori dal suo zaino un libro di chimica in inglese. La coppia di cinquantenni un po' impacciati in tuta, non proviene da chissà quale paese della provincia pontina, ma dal 17ème arrondissement. Il tizio dalla folta chioma rossa con l'aria da bretone purosangue, togliendosi il maglione di lana, esclama: "Ammazza che callo quaddentro!" Il piacente steward che mi sorride un po' malizioso all'entrata, ha in realtà una vistosa fede all'anulare della mano sinistra. Al momento del decollo, decido comunque di seguire attentamente le sue istruzioni di salvataggio in caso di avaria: non serviranno a far sparire quell'anello, ma almeno saprò cosa fare se il gilet giallo non dovesse gonfiarsi da solo. È una magra consolazione, di questi tempi...
I R.E.M. cantano a ripetizione nelle mie orecchie "Walk unafraid" e io chiudo gli occhi, alzo la testa lasciando aderire completamente le spalle allo schienale del mio sedile, chiudo gli occhi e mi mordo il labbro. Ancora un aereo, ancora una tratta Parigi-Roma-Parigi. Ancora una volta mio padre che mi accompagna in aeroporto e che agita la mano per salutarmi mentre passo i controlli dei bagagli.
In volo mi piace guardarmi intorno, immaginando le storie degli altri passeggeri, cercando di farcirle sempre di un qualche retroscena melodrammatico. C'è la giovane famiglia italo-francese: mamma francese, papà italiano, hanno poco meno di 40 anni e hanno portato i due bambini di 7 e 4 anni a Roma a trovare i nonni paterni per Pasqua. Sembra la famiglia perfetta, ma i bambini non vedevano i loro nonni da ormai già due anni perché questi ultimi non vanno d'accordo con il loro papà. C'è la studentessa Erasmus di 23 anni con le Converse e la felpa col cappuccio che è rientrata per le due settimane di vacanze primaverili della sua università francese. Con l'occasione, ha pensato di rientrare a Roma per dare un esonero di Critica letteraria e portarsi avanti con gli esami da sostenere al rientro in Italia a luglio. E già che c'era ha anche riabbracciato il fidanzato al quale sta cercando di restare fedele, costi quel che costi. Ha un'aria serena, ma dentro di sé teme che il fidanzato la lascerà a luglio, pochi giorni prima dell'esame finale di Critica letteraria. C'è la coppia di trentenni della banlieue parigina che ha deciso di trascorrere il ponte di Pasqua a Roma, guida Routard alla mano e piccolo bagaglio a mano con lo stretto indispensabile per il weekend. Belli e sorridenti, riguardano le foto del soggiorno per tutta la durata del volo. Lui, in realtà, la tradisce con la sua ex-compagna di Ecole de commerce. C'è il tipo accanto a me che non appena la hostess lo acconsente, tira fuori il suo laptop. Vestito da giovane manager rampante, in realtà è presissimo dalle correzioni del suo paper in inglese di dottorato di ricerca in Biotecnologie (stando a quanto riesco a intravedere con discrezione dal mio posto). Lui, però, da grande avrebbe semplicemente voluto guidare le barche.
E poi ci sono io. Con il mio lunghissimo CV di voli Parigi-Roma-Parigi, il mio perenne raffreddore da sbalzi di temperatura da rientro in Italia, le cuffie Sony grandi come un casco di banane, le guance rigate dalle almeno 3 lacrime che scendono nonostante cerchi di trattenerle per tutta la durata del volo. Ogni volta spero che nessuno mi veda. Non vorrei che gli altri passeggeri immaginassero inverosimili storie strappalacrime anche su di me. Non vorrei che gli altri passeggeri pensassero che sono l'ennesima italiana all'estero a cui mancano la mamma e il papà, le lasagne al ragù, i pomeriggi al mare a Torvajanica con gli amici, le belle giornate di sole a far niente in giardino con i suoi cani.
"Tutto bene, Signorina?" Oh no, lo steward ha notato gli occhi lucidi. "Sì, sì! Solo un po' di allergia al polline..."
Inspira, espira. Rimetti la canzone daccapo prima dell'atterraggio. Torni a Parigi carica e pronta a un nuovo giorno di lavoro. Dannata allergia che ti viene ogni volta che rientri in Italia. Riesce sempre a farti lacrimare gli occhi.
"Signore e signori Alitalia vi dà il benvenuto a Paris Charles de Gaulle. La temperatura esterna è di 10 gradi centigradi, il tempo è [stranamente] buono. Vi ringraziamo per aver scelto di volare con noi e vi auguriamo un ottimo soggiorno a Parigi..."
Eyjafjallajökull ci aveva provato in tutti i modi a farmelo capire, ma all'epoca non avevo colto i suoi chiarissimi segnali dal Nord.
Passeggio
per le vie dell'Ile de la Cité con mia madre. È
un caldo e assolato pomeriggio di aprile 2010, e
dopo numerose chiamate senza risposta, riesco finalmente a prendere
la chiamata di mio padre sul mio all'epoca ipermoderno Samsung con
touch screen e videocamera da ben 3 megapixel.
“Oh,
ma ci riuscite a tornare a casa?”
“Ah
pa', ma che dici?”
“Eh,
c'è un vulcano in Islanda che ha eruttato e tutti i voli in Europa
sono cancellati...”
“Ah
pa', ma falla finita co' sti scherzi!”
“Vabbè,
vedete un po' voi.”
Riattacco.
“Ma',
c'è papà che dice che c'è un vulcano in Islanda che ha eruttato e
che, a causa delle ceneri che volano in cielo, tutti i voli in Europa
sono cancellati...”
“Tuo
padre non sa più che inventarsi per fare degli scherzi.”
Dopo
appena 5 minuti, i titoli dei giornali in un'edicola vicino alla
cattedrale di Notre-Dame confermano quello che sembrava uno scherzo
di un papà in cerca di attenzioni.
Non
sto a spiegarvi come e perché, ma dopo interminabili momenti di
panico, io e mia madre riusciamo finalmente a trovare il modo di
rientrare a Roma. In un pullman con un gruppo di thailandesi,
passando per la Svizzera, con soste pipì a Ginevra e Lugano. Tutto
questo nella notte del mio ventiseiesimo compleanno.
Chi
conosce un po' della mia vita, capirà l'ironia dell'annedoto.
Eyjafjallajökull
me lo aveva detto e predetto: resterai a Parigi, passerai per la
Svizzera, nella difficoltà ti divertirai da morire, mangerai
baguette in un pullman, correrai nei corridoi del metrò Chatelet con
una valigia in mano.
Un
vulcano in Islanda aveva cercato di dirmelo in tutti modi: “Tu devi
restare qua. E se proprio vorrai mettere il muso fuori da questa
città che odora di Starbucks, fogne e croque monsieur, sarà per
andare in Svizzera."
A
poco sono valsi in giri in Corsica, i colloqui di lavoro a Roma, le
candidature inviate in Portogallo. Temo davvero che all'epoca il
vulcano avesse capito di me stessa molto di più di quanto non avessi
potuto fare io.
Parigi
non è una città perfetta. Piove 6 giorni su 7. Ogni volta che
guardi per terra, per strada o nel metrò, vedi un topo. Nei bistrot
si mangia raramente bene e io e miei amici combattiamo a fasi alterne
con gastriti e disturbi intestinali. Le case sono piccole e vecchie.
Gli stipendi sono sempre troppo bassi rispetto al costo medio della
vita. I parigini sono rari e, quando ne conosci, non sono della specie
più simpatica.
Il
bello di Parigi, però, è che riesci, dopo ormai 3 anni che ci vivi,
a sentirti allo stesso tempo sempre “parigina” e “straniera”.
Parigina
perché conosci a memoria le sue 14 linee di metrò e, ad occhi
chiusi, sapresti come andare da Saint-Germain-de-Près a Porte de la
Villette con un solo cambio di linea, passando per Gare de l'Est.
Parigina perché sai perfettamente dove andare se di giovedì sera
cerchi un happy hour a base di birra con piattino di sauté di cozze
gratis (e da qui potete compredere perché abbiamo innumerevoli
problemi di gastrite, noi parigini acquisiti). Parigina perché sai
perfettamente da quale parte della Senna stare in un incredibilmente
assolato pomeriggio di metà marzo per godere per più tempo
possibile del sole, prima che questi si vada a nascondere dietro il
settimo piano di chissà quale palazzo haussmaniano.
Straniera
perché, dopo 3 anni, ancora tutti ti chiedono in quale città in
Italia sei nata (“Aaah Rome! C'est magnifique!”). Straniera
perché ancora oggi tutti i francesi, subito dopo aver scoperto che
sei italiana, ti chiedono la “vera ricetta” della carbonara.
Straniera perché ogni mattina alle 9.30, la collega all'ingresso
dell'open space dove lavori, ti saluta dicendoti “Hey, ciaò
Laooooora Pausiniiii!”
Parigina
e straniera allo stesso tempo perché scopri che riesci a gioire come
una bambina davanti a una casa delle Barbie nuova di zecca perché la
tua amica ha finalmente trovato un piccolo appartamento tutto per sé.
Perché scopri un nuovo posto dove bere un ottimo cocktail a base di
zenzero e rum. Perché quando a Parigi inizia ad arrivare la
primavera “Mamma mia, c'est top quoi. Compro al volo una bottiglia
di rosé e ci facciamo aperò sulla Senna, che ne dici?”
Eyjafjallajökull
me lo aveva detto in un caldo e incredibilmente assolato pomeriggio
di aprile: ti aspettano ancora tanti caldi e assolati pomeriggi a
Parigi, non potrai scappare troppo facilmente.
Paia di stivaletti acquistate da quel
24 gennaio 2012: 15. È
ufficialmente una patologia.
Tragitti in linea 8 con cambio a Opéra:
non calcolati
Traslochi effettuati: 3. Nella migliore
delle ipotesi, presto 4
Voli low cost presi per rientrare a
“Casa”: infiniti
Litri di vino rosé bevuti sulle rive
della Senna nei lunghi pomeriggi estivi parigini: almeno 50
Grandi amori finiti tragicamente:
molti, ma non abbastanza da perdere ogni speranza
Viaggi in ambulanza verso l'ospedale
circondata da aitanti pompieri: 1
Chilometri percorsi passeggiando per le
strade di Parigi: mai troppi
Buoni motivi per lasciare Parigi: molti
Buoni motivi per restare a Parigi:
comunque molti di più dei buoni motivi per lasciare Parigi
Sono 3 anni. Dovevano essere 3 mesi in
principio. Amen, io non li seguo mai i piani.
3 anni di Parigi. 3 anni di domande su
chi sono, cosa faccio, dove sto andando, perché sono qui. Le
risposte a queste domande iniziano a definirsi sempre più
chiaramente, grazie a Dio. E grazie a Dio, di domande ne subentrano
delle nuove. Non sarebbe una vita stimolante senza domande.
Sono 3 anni di Parigi. 3 anni da quella
caduta nei corridoi della metro a Denfert-Rochereau spingendo la mia
valigia più grande. Quella che è nascosta con grande cura dietro le
tende della mia camera. Perché ogni volta che la rivedo ricomincio a
farmi le stesse domande alle quali credo di aver iniziato a trovare
delle risposte. Quella valigia che non voglio vedere perché ogni
volta che l'ho usata, è stato per dare un cambiamento drastico
alla mia vita. E io di cambiamenti drastici dettati da una capiente
valigia da 40 kg, per ora non ne voglio più.
Quando i francesi mi chiedono se sto
bene a Parigi – et sinon, Paris ça te plaît? - ho ricominciato a
dire di sì. Sorridendo.
Questa è la città che mi si è aperta
davanti agli occhi poco per volta. Appena arrivata, notavo solo le
sue brutture. La miseria, la sporcizia, i cattivi odori, la pioggia,
la difficoltà di trovare un alloggio. Era Parigi che mi stava
studiando. Voleva vedere quanto volessi misurarmi con lei. Quando ha
capito che potevamo diventare buone amiche, ha deciso di sciogliersi
i capelli e lasciarsi andare. La pioggia ha lasciato il posto al
sole. Il Canal de l'Ourcq si è scongelato e ha iniziato ad invitarmi
per l'aperitivo alle 19. Le passeggiate in solitaria si sono
trasformate in un mosaico di facce familiari e amiche. Le cene
davanti ai telefilm in streaming, sono diventate calorose cene in
chiassosi bistrot. Le strette di mano di presentazione, sono
diventate gli abbracci di cari amici.
Esattamente un anno fa, però, io e
Parigi abbiamo attraversato un periodo difficile. Iniziavamo ad
essere stanche l'una dell'altra. Io mi guardavo intorno nell'ipotesi
di trovare una nuova città amica. L'ipotesi, però, è durata molto
poco. Ci siamo tenute il broncio per un po', ma poi ci siamo messe a
ridere e adesso siamo ancora più amiche di prima.
Parigi amica, sempre forte e fiera.
Ultimamente, però, ha mostrato il suo volto più fragile. Ancora
illuminata a feste natalizie, Parigi si è spezzata. Un blackout
intervallato da spari. I volti delle persone impaurite. I colleghi in
panico per i figli a scuola a Montrouge. Gli amici a pochi passi da
Porte de Vincennes. Le strade vuote. I militari con i mitra in mano nella
metro, nelle stazioni e vicino alle scuole. No, non è la guerra. Ci
sono realtà ben più tragiche di questa, lo sappiamo tutti. Ma
Parigi si è spezzata per un attimo. Ed è proprio nel momento in cui
scopri le fragilità di un'amica che ti rendi conto del bene che le
vuoi. Di quanto vuoi rimanerle accanto. Che ti rendi conto che speri che di anni
insieme ce ne saranno ancora tanti.
- Et sinon, Paris ça te plaît?
Sorride e guarda il boulevard dalla
finestra del bistrot. - J'adore.
I miei amici portoghesi la
chiamerebbero Saudade. Quella
malinconia nella quale riesci quasi a cullarti, che ti accompagna
come un cane fidato che ogni tanto ti ricorda della sua presenza
dandoti una musata sul ginocchio. E mi torna in mente che in un passato
nemmeno tanto remoto, compilai un numero indefinito di moduli proprio
per andare a lavorare in Portogallo.
Chissà
come sarebbe stata la mia vita in Portogallo...
Io, la
Saudade, me la porto
dietro ormai da un po'. E quando, come stasera, mi sale il magone
mentre scendo le scale della metro Lourmel perché vorrei che fossero
le scale della metro Re di Roma, la curo a colpi di mortadella.
Entro
nel mio Monoprix di fiducia. Quello all'incrocio fra Rue du Commerce
e Boulevard de Grenelle. Quello dove vado da più di due anni a questa
parte. Prendo un carrellino piccolo da spesa che fa tanto single
parigino, e mi inoltro nei due piani di merce di questo affollato
supermercato. Inizio prendendo flaconi di shampoo all'avena e
deodoranti senza parabeni, per rendere il carrellino più
affascinante e un po' meno rital.
Poi mi dirigo al secondo piano. E lì, vado diretta verso la
mortadella. Bella, genuina, rosa.
Je vois la vie en rose.
Nel carrellino, insieme a lei,
shampoo, deodorante, una baguette, un po' di formaggio e una
bottiglia di vino rosé.
Je vois la vie en rosé.
Arrivata
a casa, ripongo i miei cosmetici rigorosamente senza parabeni nella salle
de bain, stappo il vino, taglio
quasi mezza baguette e mi appresto, con una minuzia quasi chirurgica,
ad alternare strati sottilissimi di formaggio a fette a spessi strati
di magnifica mortadella. Sono pronta a gustare la mia baguette all'italiana,
sperando di essere teletrasportata in un momento nel salone verandato
di casa mia, o di casa dei miei – non so più come chiamarla.
Casa
mia.
Roma
mia.
Mamma
mia.
Solo
che 'sta mortadella non è mica buona come quella di casa. Non
profuma. Il panino allappa. La baguette ci sta male. Sto formaggio
non c'entra un cazzo. Ma chi me l'ha fatto fa' de spenderce pure i
soldi. M'è costata quanto un braccialetto de Tiffany, 'sta
mortadella.
I miei
amici portoghesi la chiamano Saudade. Io
non lo so come chiamarla. È
la voce che si strozza mentre parli su Skype con tua madre e le
racconti il concerto della sera prima di tre cantanti romani in
tournée a Parigi: “...è la Roma quella bella, Mamma. Quella che
mi manca.”
Perché
cazzo se mi manca Roma! Ormai
da non so quanto, vivo con
quella sensazione che ti dà la fine di una tragica e malata storia
d'amore. Come quando sei combattuta fra il dolore della rottura e
della lontananza, e la consapevolezza che tornare indietro e
riprovarci ti farebbe stare ancora peggio. Perché sai che non
sarebbe più come prima. Perché ormai tu hai preso un'altra
direzione e no, in realtà non rivorresti adesso quella vita, ma ti
manca lo stesso.
E
mi mancano i cornetti col cappuccino, i distributori di sigarette, il
Circolo degli Artisti, i miei cani, “che se famo 'n aperitivo ar
volo?”, mio padre che esce a comprare il giornale e rientra coi
volantini delle offerte dei negozi di elettrodomestici, mia madre che
torna dal lavoro e fa il caffé alle 6 di sera, “te faccio 'no
squilletto quando so' pronta”, “Giusè, scendiiiii che è pronta
la cenaaaaaaa”, mortaccivostracheschifostacittàdemmerda, chonamarezzatotale, ammazzachebbellaRomancentroperò, ciaosentichemmedaineurodepizzabbianca, tepregononannamaTrasteverecheppepparcheggiàpoiènbordello...
I
miei amici portoghesi la chiamo Saudade.
Io un nome non so darglielo, ma è lì e stasera non vuole proprio andarsene.
Meno di un mese ai 30. E
a me di iniziare a fare bilanci non interessa. E non credo mi
interesserà fra meno di un mese.
Meno di un mese ai 30 e
comecazzocisonoarrivatacosìprestononloso. Voi che ai 30 ci siete
arrivati prima di me, vi eravate resi conto di esserci arrivati?
Meno di un mese ai 30 e
mi sembra ieri che spegnevo le candeline la sera del mio
venticinquesimo compleanno nel soggiorno di casa mia, con le mie amiche. Amiche
che, nel frattempo, si sono laureate, sono andate a convivere con i
loro compagni, hanno cambiato lavoro, hanno avuto figli o hanno
deciso di non fare più parte della mia vita. Avevo tanta paura per i
miei 25 anni, non succederà di nuovo per i 30. Per i miei 30 anni, non
diventerò una trentenne impaurita.
Quando ne parli a 15
anni, dei 30, pensi sempre che nella tua vita non esisteranno,
che tu subirai una sorta di ibernazione a 29 anni e rimarrai per
sempre con quel 2 davanti. Almeno, io non mi ci vedevo a 30 anni. Non
mi immaginavo sposata, non mi immaginavo da nessuna parte di preciso,
non mi immaginavo con dei figli. Semplicemente, non mi immaginavo.
Tutti i miei programmi, infatti, si sarebbero dovuti compiere entro i
28 anni. Il problema è che di programmi ne avevo davvero tanti e
oggi, a meno di un mese dai 30, ancora non li ho portati tutti a
termine. Devo ancora fare il giro del mondo in mongolfiera, trovare
il grande amore, farmi i capelli a carré e tingermeli di blu.
C'è
stato un problema nel planning, scusate.
Nessuno mi aveva spiegato
che ogni anno sarebbe corso via sempre più in fretta.
Nessuno mi
aveva spiegato che, anno dopo anno, di programmi se ne sarebbero
aggiunti altri diecimila.
Nessuno mi aveva detto che avrei
abbandonato il progetto di carré blu, per adottare un mosso quasi
biondo.
Nessuno mi aveva detto che avrei fatto tre traslochi a
Parigi, perché nessuno mi aveva detto che sarei venuta a vivere a
Parigi – anche se, in realtà, una bimba di 8 anni, in vacanza per
la prima volta a Parigi, guardando un camioncino della municipalità
lavare il suolo di rue Beaubourg, aveva avuto la netta sensazione che
un giorno sarebbe stata parte di questa folle città; quella stessa
bimba, è diventata poi una giovane venticinquenne che davanti a
Notre-Dame ha formulato lucidamente la frase “Parigi, io la amo, ma
non credo che potrei mai viverci”.
Nessuno mi aveva detto che a
meno un mese dai 30, mi sarei sentita così tanto giovane. Come se
avessi tutta la vita davanti, come quando di anni ne avevo 20. Come
se di tempo per fare quel carré blu ce ne sarà ancora in
abbondanza.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, una
domenica mattina mi sarei svegliata con i muscoli indolenziti dallo
sport, con il bisogno di scrivere.
Nessuno mi aveva detto che a meno
di un mese dai 30, mi sarei resa conto che chissenefrega dei bilanci,
dato che ho imparato di più in 5 anni da vagabonda che in tutta
un'esistenza impiegata a fare bilanci su me stessa.
Nessuno mi aveva
detto che a meno di un mese dai 30 anni, avrei scoperto
sorprendentemente che i jeans a vita alta mi stanno molto meglio dei
jeans a vita bassa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese di
30 anni, avrei avuto la netta sensazione di essere amata e di amare
profondamente, anche senza un uomo al mio fianco, perché nessuno mi
aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni avrei scoperto che la
famiglia può diventare un faro visibile a migliaia di chilometri di
distanza, un fratello può diventare un compagno di viaggio e un
serbatoio di orgoglio, le amiche lontane possono diventare delle
sorelle, gli amici vicini una nuova famiglia, e i colleghi di lavoro dei compagni di banco.
Meno di un mese a 30
anni. Di bilanci non ne faccio semplicemente perché non ho tempo.
Fuori ci sono 21 gradi.
Io non lo so come passano il tempo gli
italiani all'estero. Sembra sia la cosa su cui si interrogano
tutti gli italiani in Italia, ultimamente. Mi dispiace, io non
lo so.
Io non lo so come passano il tempo gli
italiani all'estero, perché gli italiani all'estero
non esistono. Esistono tante persone che hanno deciso di prendere un
aereo un giorno e poi non sono - ancora? - tornate all'aeroporto di
partenza. E non sanno se lo faranno mai.
Esistono tanti ragazzi che sono partiti
per pochi mesi e, poco per volta, si sono resi conto che il contenuto
di quella valigia Carpisa non era più sufficiente e che quei pochi mesi sono diventati anni. E allora hanno
accumulato vestiti, tazze, libri, lenzuola, letti e mobili. E si
chiedono quasi ogni giorno cosa ne faranno se mai torneranno “a
casa”.
Esistono tanti ragazzi che non
ricordano il momento in cui hanno deciso di “fuggire”
dall'Italia. Semplicemente perché non lo hanno deciso. Le
possibilità sono porte che si schiudono improvvisamente e molto
spesso si viene risucchiati da quello che si nasconde dietro di esse.
Non so, tanto meno, come passano il
tempo i celeberrimi cervelli in fuga, perché io non ne
conosco. Io conosco solo anime in pena: persone che scelgono
ogni giorno di non tornare in quell'aeroporto di partenza per
allontanarsi dalla disoccupazione, dalla crisi, dai fallimenti
amorosi, dalla provincia soffocante e pettegola. Quello che queste
anime in pena non vogliono ammettere, però, è che di
delusioni amorose, di lavori precari e mal pagati e di pettegolezzi,
ne è pieno il mondo. Anche le più affascinanti metropoli
multietniche.
Io non lo so quello che fanno gli
italiani all'estero perché non catalogo le persone in base al
loro passaporto. Cosa che, purtroppo, ancora troppa gente fa. E il
mio più grande sogno è quello di far capire agli italiani e
ai non italiani che non siamo tutti uguali.
Ci sono gli italiani all'estero
felici e soddisfatti di quello che hanno trovato, quelli che sgobbano
dalla mattina alla sera perché sono affermati manager e quelli che
sgobbano dalla sera alla mattina perché lavorano al turno notturno
di brasserie con servizio continuo 24/24, quelli idealisti e quelli
attaccati ai soldi, quelli che si attanagliano il cervello con
domande esistenziali e quelli che di domande non se ne fanno affatto.
Ci sono gli italiani all'estero che hanno studiato tanto e
italianiall'estero che hanno studiato di meno.
Italiani all'estero che parlano a voce alta e italiani
all'estero che fai fatica a sentire cosa dicono per quanto la loro voce sia
discreta. Ci sono italiani all'estero che mangiano orsetti gommosi e italiani all'estero che li odiano. Italiani
all'estero che “ce l'hanno fatta” e italiani all'estero
che si chiedono se al mondo ci sia davvero un posto per loro.
Pensate, ci sono addirittura italiani all'estero che si
sposano e fanno figli con non italiani all'estero, e con questi figli non
parlano italiano. Ma ci sono anche italiani all'estero che
risiedono all'estero e parlano ancora molto male la lingua del posto. E magari si innamorano di altri italiani all'estero.
Ci sono italiani all'estero che
non credono di essere in vacanza da una vita, anzi. Alcuni credono
che sarebbe addirittura stato più facile restare a casa da mamma,
ché “almeno una buona cena la sa preparare e mi coccola se ho la
febbre”.
Ci sono italiani all'estero che mettono da parte
soldi e giorni di ferie per fare vacanze non in Italia (all'estero,
appunto). Ma ci sono anche italiani all'estero che
preferiscono investire i propri soldi e le proprie ferie per andare a
trovare il più spesso possibile la nipotina che cresce velocissima.
Ci sono italiani all'estero che
non tornano in Italia semplicemente perché hanno molta più paura
del “noto” di quanta non ne abbiano dell' “ignoto”. E poi ci sono italiani
all'estero che “mi faccio due anni qui e poi torno a casa col
CV arricchito e apro una start-up”. Ma ci sono anche quelli del
“mettiamo insieme un piccolo capitale di partenza e apriamo una
pizza al taglio a Saint-Germain-des-Près ché la ristorazione italiana va sempre una bomba a Parigi ”.
Ci sono italiani all'estero che
ritoccano di continuo il loro CV in cerca di una nuova chance,
italianiall'estero adagiati sul loro posto fisso, italiani
all'estero che sognano di mollare tutto e aprire quel famoso
chiosco sulle spiagge di Cuba. Lo stesso chiosco che sognavano quando non erano ancora italiani all'estero...
Io non lo so quello che fanno gli
italiani all'estero, ma credo che non sia davvero tanto
diverso da quello che fanno tanti italiani in Italia.
Il
mondo è piccolo, la gente mormora e la crisi è ovunque.
E poi, esistono anche tanti italiani all'estero offesi dal falso mito dell'italiano all'estero...