Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post

mercoledì 16 marzo 2016

Paris Uber Alles

Uno sciame di macchine nere. A Parigi, per la strada, ormai si vedono solo auto nere con finestrini oscurati. In una di queste, troverete di sicuro anche me.
Eravamo la generazione Erasmus: poco più che ventenni, siamo partiti per uno o due semestri da qualche parte in Europa a far finta di studiare. Siamo tornati a casa con qualche credito universitario da convalidare, una lingua in più nel CV e il cuore infranto da grandi amori che non hanno resistito alla distanza.
Siamo stati (e lo siamo ancora) la generazione Easyjet: dopo l’Erasmus, abbiamo mantenuto amici sparsi per l’Europa, e almeno una volta all’anno gli rendiamo visita. Londra, Berlino, Barcellona, Praga. Una volta all’anno, rifacciamo il nostro miniErasmus in giro per l’Europa.
Oggi siamo la generazione Uber. Trentenni, lavoratori a tempo indeterminato e precari, che amano vivere al di sopra delle loro possibilità, scortati da autisti geolocalizzati tramite smartphone. Troppo stanchi dopo una settimana intensa di lavoro per prendere la metro, troppo giovani per non uscire la sera. Chiamiamo il nostro Uber a qualsiasi ora, in qualsiasi angolo di questa città che ormai si muove solo in Uber. Con la pancia piena di cocktail a 15 euro e infusioni biologiche, giriamo per Parigi ammirandola da finestrini con vetri oscurati.
“Se vuole, nel portaoggetti ci sono bonbon e una bottiglietta d’acqua” “Merci, prendo dell’acqua” Io odio i bonbon: mia madre mi ha insegnato ad evitarli come la peste per non rischiare di farmi venire le carie ai denti. 
“Le va bene la musica?” “Ma certo, non ho preferenze…” Ma in cuor mio, spero che non attacchi con l’ennesima elettro-reggaeton da racaille. Stasera voglio solo musica tranquilla. Grazie a Dio, dalle casse di questa auto nera si sentono solo le note di una piacevole bossa nova.
Tremante per il freddo, all’uscita del locale, chiamo il mio Uber, la mia amica fa lo stesso. “A me dice 4 minuti, tu quanto devi aspettare?” “Tranquilla, io ne ho per 5 minuti. Tu sali in macchina, ti scrivo su WhatsApp per dirti quando parto pure io” Ogni amica monitora con attenzione i movimenti dell’altra. Non andiamo a dormire finché l’altra non conferma di essere entrata nel suo microappartamento. Da una parte all’altra dell’Europa, le vere amiche si preoccupano sempre che tu sia rientrata a casa senza problemi. “Te la senti di rientrare da sola? Vuoi dormire da me?” “No, grazie. Voglio solo infilarmi il mio pigiama.” Voglio solo rintanarmi nel mio letto e fissare il soffitto, se dovesse servire.
Il sabato pomeriggio facciamo la spesa in grandi supermercati, che tanto grandi non sono. Cerchiamo maniacalmente i prodotti più buoni, con marchio Bio o Made in Italy, sapendo che spenderemo una fortuna alla cassa. “Sì, ma io la pasta Carrefour non la mangio: si incolla ed è sempre scotta perché a ‘sti francesi piace così. Preferisco spendere qualche euro di più, ma mangiare un buon piatto di pasta ché mi sembra di stare a *casa mia*
Siamo capaci di bere litri di vodka, pur di non pensare alla pessima settimana che si è appena conclusa. E per lavarci la coscienza, ingeriamo pinte di tisane, sperando che ci depurino, quasi come se bevessimo l’acqua di Lourdes. “No, ma vuoi mettere le proprietà benefiche dello zenzero? Io domani me lo compro intero alla bottega biologica sotto casa!” “E che ci fai?” “E che ne so, ma fa tanto bene, eh…” Nel nostro carrello della spesa: pasta Rummo, tisane ayurvediche, quinoa e scorte di vino rosso. Al rientro da ogni trasferta in Italia, il nostro bagaglio esplode di pancetta e salsicce sottovuoto del salumiere del nostro piccolo paese d'origine. “Oh, sono rientrata dall’Italia: domenica si fa una cena da me con tante cose buone!” C’è chi dall’Italia si fa spedire le carote e gli spinaci dell’orto del papà, perché è tutta roba veramente naturale, roba sana. C'è chi dall'Italia si fa spedire stampe e lampade, per ricreare un angolo di una casa in cui è cresciuto tanti anni fa.
Saliamo in Uber e guardiamo dal finestrino, le luci sui monumenti ormai spente, la Ville Lumière che spegne la luce del comodino e va a dormire. La testa che fa male per la fatica della settimana e per quel cocktail in più che forse, se non lo bevevamo, era pure meglio.
Gli autisti Uber parlano sempre volentieri con i loro passeggeri, o almeno così ci fanno credere. Al rientro a Parigi dopo due giorni dagli attentati, la prima persona con cui parlai fu proprio un autista Uber che venne a prendermi in aeroporto. “Cosa è successo?” gli chiesi “Come state tutti quanti? Lei era per strada?” “Io stavo lavorando. Ho iniziato a far salire gente in macchina, a caso. Ho girato per la città cercando di riportare a casa la gente che raccattavo, in preda al panico. È stata la più brutta serata della mia vita. Della nostra vita.” Per un buon mese, con gli autisti Uber non abbiamo parlato di altro. “Io sono nero e musulmano. Sono un autista Uber perché mi piace lavorare di notte: soffro di insonnia. Questi sono dei pazzi, non siamo noi. Noi siamo persone normali. La mia ragazza è libera di fare quello che vuole, io non giudico nessuno. Io credo in Allah, loro non credono in nulla” E dalle casse dell’autoradio passa musica rock. 
Macchine nere ovunque a Parigi. In una di queste troverete sicuramente me o uno dei miei amici italo-parigini. Discutiamo di attentati, di cucina italiana, di calcio, di locali alla moda, di vacanze, di cibo biologico. 
“Ecco, è esattamente questa porta…” “Voilà, je vous souhaite une très bonne soirée, Mademoiselle!” E anche stasera mi sono fatta scarrozzare a casa. Adesso salgo, mi faccio una tisana ayurvedica, mi infilo il pigiama e spengo la mia lampada Made in Italy. La fattura della corsa in Uber la guardo domani.



martedì 2 febbraio 2016

Et moi, j'adore ça...

C’è un momento in cui non ti chiedono più “E quando torni in Italia?”. Un momento in cui ti chiedono se sei del Sud, prima di capire che il tuo è un accento italiano. Un momento in cui ti rendi conto che conosci Parigi meglio di tanti Parigini. Che sei stata in molti più locali parigini di tanti Parigini. Un momento in cui preferisci restare a casa ad annusare candele profumate, piuttosto che uscire perché hai scoperto che ogni tanto è bello restare a casa ad annusare candele.
Hai quasi solo amici italiani, ma l’italiano che parli con loro non è un vero e proprio Italiano, è uno strano mix dai sapori italo-francesi: “Ma écoute, ça te dit di andare a mangiare un truc insieme? Conosco un résto sympa nel Decimo, ci sono stata con una collègue la scorsa semaine. Mi sono régalée…” 
Le cene da te sono all’insegna della pasta all'amatriciana, ma con accompagnamento di vino Saint-Emilion e formaggio di chèvre. 
Gli amici che ti vengono a trovare dall’Italia ti chiedono di andare in Normandia perché li hai ormai convinti che sia il paradiso terrestre nei toni del grigio e del verde. 
Piovosa, fredda, sporca, Parigi continua a lasciarti senza respiro, continua ad accoglierti nel Bon Marché, nel piccolo negozio di un fioraio del Quindicesimo, nella vineria del quartiere. 
Parigi ti ha insegnato a mangiare escargots, foie gras, a bere vino rosso e riconoscere quando è buono. 
Parigi ti ha insegnato a innamorarti ogni giorno, poco importa se di un uomo, uno scorcio, una canzone, un sorriso. 
Parigi è radiosa quando al sabato mattina ti svegli nel tuo monolocale e fuori c’è il sole. Non abbiamo persiane, ci ubriachiamo di sole a Parigi, ci piace intravedere i dirimpettai da dietro le sottili tende dei nostri appartamenti. “Ma sai che quelli di fronte ti vedono quando passi nuda davanti alle finestre?” “Je m’en fous, j’ai envie de soleil moi…”
Parigi ti ha insegnato a non aver paura dei tuoi 30 anni perché avere 30 anni a Parigi è magnifico: è la consapevolezza, la disinvoltura nell’indossarli ogni giorno i tuoi 30 anni, nel sentirli nel rossetto che decidi di mettere una sera, nell’uscire a fare la spesa alle 21 al Franprix all’angolo perché prima non hai avuto tempo. 
Parigi è le grandi aspirazioni, le grandi mire, le grandi ambizioni. Voglio fare carriera, voglio guadagnare di più, voglio una casa più grande nel Settimo Arrondissement arredata unicamente con pezzi di design, voglio fare il giro del mondo.
Ma Parigi è anche la gioia delle piccole cose: un aperitivo con un’amica a fine giornata, una corsa agli Champs de Mars, il profumo di una Galette des Rois calda, un biglietto di un concerto trovato all’ultimo minuto, un piccolo graffiti che compare sotto casa tua che recita semplicemente “Liberté”, l'arrivo della primavera, un pomeriggio in un giardino nascosto.
Parigi ti ha insegnato ad essere contenta di dove sei e ad essere ancora più contenta del posto da cui vieni: dei sapori della cucina della tua mamma, dei viaggi in macchina con il tuo papà, della cioccolata mangiata con tuo fratello, delle feste dei tuoi cani. 
Parigi è il bianco e il nero, è il pizzo e la pelle, è il dolce e l’amaro, è la gioia e la tristezza, è il digiuno e la sazietà, è un luogo e uno stato mentale.
Parigi ti allontana e ti riavvicina a fasi alterne. 

Parigi è la miglior seduttrice del mondo. Parigi è una stronza.




venerdì 9 ottobre 2015

The Wall-s

Ho mura bianche che in due mesi possono raccontare più cose di migliaia di pareti.
Ho mura che in due mesi hanno visto armadi, genitori, amici, risate e pianti.
Ho mura che in due mesi hanno ascoltato i Nirvana, Enya, i Joy Division, Jimi Hendrix e David Guetta.
Ho mura che fra due mesi saranno piene di pantere nere, poster di New York, bollette da pagare, biglietti di concerti.
Ho mura piene di felicità e malinconia.
Ho mura, maniglie e tende di docce.
Ho vasi di piante alle finestre e fiori bianchi.
Ho amiche, amici e famiglie.
Ho musica, libri e scarpe nascosti in 30 metri quadri.
Ho una camera che vale per due.
Ho amici che valgono cento.
Ho una famiglia che vale per mille.
Ho musica che vale una vita.
Ho vino rosso con bollini dorati.
Ho piatti da lavare e una pentola più grande del mio lavandino.
Ho una Torre a portata di vista ogni volta che la cerco.
Ho Parigi, ho Roma, ho la Francia e ho l’Italia.
Ho tutto ed ho niente.
Ho un pigiama da infilare e un’altra giornata da vivere.



mercoledì 8 aprile 2015

Volo AZ0332 Roma Fiumicino-Paris Charles De Gaulle

"Fasten seat belt while seated"
Non ho idea di quante volte avrò letto questo monito, ormai.

Prima del decollo, Alitalia trasmette Giovanni Allevi, Vueling i Nouvelle Vague, Easyjet opta per le nuove uscite discografiche del momento. Credo che una volta mi deliziò addirittura con i DeVotchKa. Ryanair, invece, non trasmette nulla. Prima del decollo di un volo Ryanair solo tanto rumore e conversazioni a voce troppo alta. Quando compro i miei biglietti online consultando le tariffe più basse su Skyscanner, anche questo influisce sulla scelta della compagnia che mi riaccompagnerà a Roma. O almeno, mi piace pensare che sia così.

Nella tratta aerea Parigi-Roma-Parigi, non tutto è come sembra. Il tipo in piedi davanti a me con tatuato un enorme scudetto della A.S. Roma sul bicipite, tira fuori dal suo zaino un libro di chimica in inglese. La coppia di cinquantenni un po' impacciati in tuta, non proviene da chissà quale paese della provincia pontina, ma dal 17ème arrondissement. Il tizio dalla folta chioma rossa con l'aria da bretone purosangue, togliendosi il maglione di lana, esclama: "Ammazza che callo quaddentro!" Il piacente steward che mi sorride un po' malizioso all'entrata, ha in realtà una vistosa fede all'anulare della mano sinistra. Al momento del decollo, decido comunque di seguire attentamente le sue istruzioni di salvataggio in caso di avaria: non serviranno a far sparire quell'anello, ma almeno saprò cosa fare se il gilet giallo non dovesse gonfiarsi da solo. È una magra consolazione, di questi tempi...

I R.E.M. cantano a ripetizione nelle mie orecchie "Walk unafraid" e io chiudo gli occhi, alzo la testa lasciando aderire completamente le spalle allo schienale del mio sedile, chiudo gli occhi e mi mordo il labbro. Ancora un aereo, ancora una tratta Parigi-Roma-Parigi. Ancora una volta mio padre che mi accompagna in aeroporto e che agita la mano per salutarmi mentre passo i controlli dei bagagli.

In volo mi piace guardarmi intorno, immaginando le storie degli altri passeggeri, cercando di farcirle sempre di un qualche retroscena melodrammatico. C'è la giovane famiglia italo-francese: mamma francese, papà italiano, hanno poco meno di 40 anni e hanno portato i due bambini di 7 e 4 anni a Roma a trovare i nonni paterni per Pasqua. Sembra la famiglia perfetta, ma i bambini non vedevano i loro nonni da ormai già due anni perché questi ultimi non vanno d'accordo con il loro papà. C'è la studentessa Erasmus di 23 anni con le Converse e la felpa col cappuccio che è rientrata per le due settimane di vacanze primaverili della sua università francese. Con l'occasione, ha pensato di rientrare a Roma per dare un esonero di Critica letteraria e portarsi avanti con gli esami da sostenere al rientro in Italia a luglio. E già che c'era ha anche riabbracciato il fidanzato al quale sta cercando di restare fedele, costi quel che costi. Ha un'aria serena, ma dentro di sé teme che il fidanzato la lascerà a luglio, pochi giorni prima dell'esame finale di Critica letteraria. C'è la coppia di trentenni della banlieue parigina che ha deciso di trascorrere il ponte di Pasqua a Roma, guida Routard alla mano e piccolo bagaglio a mano con lo stretto indispensabile per il weekend. Belli e sorridenti, riguardano le foto del soggiorno per tutta la durata del volo. Lui, in realtà, la tradisce con la sua ex-compagna di Ecole de commerce. C'è il tipo accanto a me che non appena la hostess lo acconsente, tira fuori il suo laptop. Vestito da giovane manager rampante, in realtà è presissimo dalle correzioni del suo paper in inglese di dottorato di ricerca in Biotecnologie (stando a quanto riesco a intravedere con discrezione dal mio posto). Lui, però, da grande avrebbe semplicemente voluto guidare le barche.
E poi ci sono io. Con il mio lunghissimo CV di voli Parigi-Roma-Parigi, il mio perenne raffreddore da sbalzi di temperatura da rientro in Italia, le cuffie Sony grandi come un casco di banane, le guance rigate dalle almeno 3 lacrime che scendono nonostante cerchi di trattenerle per tutta la durata del volo. Ogni volta spero che nessuno mi veda. Non vorrei che gli altri passeggeri immaginassero inverosimili storie strappalacrime anche su di me. Non vorrei che gli altri passeggeri pensassero che sono l'ennesima italiana all'estero a cui mancano la mamma e il papà, le lasagne al ragù, i pomeriggi al mare a Torvajanica con gli amici, le belle giornate di sole a far niente in giardino con i suoi cani.
"Tutto bene, Signorina?" Oh no, lo steward ha notato gli occhi lucidi. "Sì, sì! Solo un po' di allergia al polline..."

Inspira, espira. Rimetti la canzone daccapo prima dell'atterraggio. Torni a Parigi carica e pronta a un nuovo giorno di lavoro. Dannata allergia che ti viene ogni volta che rientri in Italia. Riesce sempre a farti lacrimare gli occhi.

"Signore e signori Alitalia vi dà il benvenuto a Paris Charles de Gaulle. La temperatura esterna è di 10 gradi centigradi, il tempo è [stranamente] buono. Vi ringraziamo per aver scelto di volare con noi e vi auguriamo un ottimo soggiorno a Parigi..."

Inspira, espira.



venerdì 13 marzo 2015

Eyjafjallajökull, il vulcano che conosceva il futuro.

Eyjafjallajökull ci aveva provato in tutti i modi a farmelo capire, ma all'epoca non avevo colto i suoi chiarissimi segnali dal Nord.

Passeggio per le vie dell'Ile de la Cité con mia madre. È un caldo e assolato pomeriggio di aprile 2010, e dopo numerose chiamate senza risposta, riesco finalmente a prendere la chiamata di mio padre sul mio all'epoca ipermoderno Samsung con touch screen e videocamera da ben 3 megapixel.
“Oh, ma ci riuscite a tornare a casa?”
“Ah pa', ma che dici?”
“Eh, c'è un vulcano in Islanda che ha eruttato e tutti i voli in Europa sono cancellati...”
“Ah pa', ma falla finita co' sti scherzi!”
“Vabbè, vedete un po' voi.”
Riattacco.
“Ma', c'è papà che dice che c'è un vulcano in Islanda che ha eruttato e che, a causa delle ceneri che volano in cielo, tutti i voli in Europa sono cancellati...”
“Tuo padre non sa più che inventarsi per fare degli scherzi.”
Dopo appena 5 minuti, i titoli dei giornali in un'edicola vicino alla cattedrale di Notre-Dame confermano quello che sembrava uno scherzo di un papà in cerca di attenzioni.
Non sto a spiegarvi come e perché, ma dopo interminabili momenti di panico, io e mia madre riusciamo finalmente a trovare il modo di rientrare a Roma. In un pullman con un gruppo di thailandesi, passando per la Svizzera, con soste pipì a Ginevra e Lugano. Tutto questo nella notte del mio ventiseiesimo compleanno.
Chi conosce un po' della mia vita, capirà l'ironia dell'annedoto.

Eyjafjallajökull me lo aveva detto e predetto: resterai a Parigi, passerai per la Svizzera, nella difficoltà ti divertirai da morire, mangerai baguette in un pullman, correrai nei corridoi del metrò Chatelet con una valigia in mano.
Un vulcano in Islanda aveva cercato di dirmelo in tutti modi: “Tu devi restare qua. E se proprio vorrai mettere il muso fuori da questa città che odora di Starbucks, fogne e croque monsieur, sarà per andare in Svizzera."
A poco sono valsi in giri in Corsica, i colloqui di lavoro a Roma, le candidature inviate in Portogallo. Temo davvero che all'epoca il vulcano avesse capito di me stessa molto di più di quanto non avessi potuto fare io.

Parigi non è una città perfetta. Piove 6 giorni su 7. Ogni volta che guardi per terra, per strada o nel metrò, vedi un topo. Nei bistrot si mangia raramente bene e io e miei amici combattiamo a fasi alterne con gastriti e disturbi intestinali. Le case sono piccole e vecchie. Gli stipendi sono sempre troppo bassi rispetto al costo medio della vita. I parigini sono rari e, quando ne conosci, non sono della specie più simpatica.
Il bello di Parigi, però, è che riesci, dopo ormai 3 anni che ci vivi, a sentirti allo stesso tempo sempre “parigina” e “straniera”.
Parigina perché conosci a memoria le sue 14 linee di metrò e, ad occhi chiusi, sapresti come andare da Saint-Germain-de-Près a Porte de la Villette con un solo cambio di linea, passando per Gare de l'Est. Parigina perché sai perfettamente dove andare se di giovedì sera cerchi un happy hour a base di birra con piattino di sauté di cozze gratis (e da qui potete compredere perché abbiamo innumerevoli problemi di gastrite, noi parigini acquisiti). Parigina perché sai perfettamente da quale parte della Senna stare in un incredibilmente assolato pomeriggio di metà marzo per godere per più tempo possibile del sole, prima che questi si vada a nascondere dietro il settimo piano di chissà quale palazzo haussmaniano.
Straniera perché, dopo 3 anni, ancora tutti ti chiedono in quale città in Italia sei nata (“Aaah Rome! C'est magnifique!”). Straniera perché ancora oggi tutti i francesi, subito dopo aver scoperto che sei italiana, ti chiedono la “vera ricetta” della carbonara. Straniera perché ogni mattina alle 9.30, la collega all'ingresso dell'open space dove lavori, ti saluta dicendoti “Hey, ciaò Laooooora Pausiniiii!”
Parigina e straniera allo stesso tempo perché scopri che riesci a gioire come una bambina davanti a una casa delle Barbie nuova di zecca perché la tua amica ha finalmente trovato un piccolo appartamento tutto per sé. Perché scopri un nuovo posto dove bere un ottimo cocktail a base di zenzero e rum. Perché quando a Parigi inizia ad arrivare la primavera “Mamma mia, c'est top quoi. Compro al volo una bottiglia di rosé e ci facciamo aperò sulla Senna, che ne dici?”

Eyjafjallajökull me lo aveva detto in un caldo e incredibilmente assolato pomeriggio di aprile: ti aspettano ancora tanti caldi e assolati pomeriggi a Parigi, non potrai scappare troppo facilmente. 


domenica 25 gennaio 2015

Three years in Paris

Giorni trascorsi da quel 24 gennaio 2012: 1097
Paia di stivaletti acquistate da quel 24 gennaio 2012: 15. È ufficialmente una patologia.
Tragitti in linea 8 con cambio a Opéra: non calcolati
Traslochi effettuati: 3. Nella migliore delle ipotesi, presto 4
Voli low cost presi per rientrare a “Casa”: infiniti
Litri di vino rosé bevuti sulle rive della Senna nei lunghi pomeriggi estivi parigini: almeno 50
Grandi amori finiti tragicamente: molti, ma non abbastanza da perdere ogni speranza
Viaggi in ambulanza verso l'ospedale circondata da aitanti pompieri: 1
Chilometri percorsi passeggiando per le strade di Parigi: mai troppi
Buoni motivi per lasciare Parigi: molti
Buoni motivi per restare a Parigi: comunque molti di più dei buoni motivi per lasciare Parigi

Sono 3 anni. Dovevano essere 3 mesi in principio. Amen, io non li seguo mai i piani.
3 anni di Parigi. 3 anni di domande su chi sono, cosa faccio, dove sto andando, perché sono qui. Le risposte a queste domande iniziano a definirsi sempre più chiaramente, grazie a Dio. E grazie a Dio, di domande ne subentrano delle nuove. Non sarebbe una vita stimolante senza domande.

Sono 3 anni di Parigi. 3 anni da quella caduta nei corridoi della metro a Denfert-Rochereau spingendo la mia valigia più grande. Quella che è nascosta con grande cura dietro le tende della mia camera. Perché ogni volta che la rivedo ricomincio a farmi le stesse domande alle quali credo di aver iniziato a trovare delle risposte. Quella valigia che non voglio vedere perché ogni volta che l'ho usata, è stato per dare un cambiamento drastico alla mia vita. E io di cambiamenti drastici dettati da una capiente valigia da 40 kg, per ora non ne voglio più.

Quando i francesi mi chiedono se sto bene a Parigi – et sinon, Paris ça te plaît? - ho ricominciato a dire di sì. Sorridendo.
Questa è la città che mi si è aperta davanti agli occhi poco per volta. Appena arrivata, notavo solo le sue brutture. La miseria, la sporcizia, i cattivi odori, la pioggia, la difficoltà di trovare un alloggio. Era Parigi che mi stava studiando. Voleva vedere quanto volessi misurarmi con lei. Quando ha capito che potevamo diventare buone amiche, ha deciso di sciogliersi i capelli e lasciarsi andare. La pioggia ha lasciato il posto al sole. Il Canal de l'Ourcq si è scongelato e ha iniziato ad invitarmi per l'aperitivo alle 19. Le passeggiate in solitaria si sono trasformate in un mosaico di facce familiari e amiche. Le cene davanti ai telefilm in streaming, sono diventate calorose cene in chiassosi bistrot. Le strette di mano di presentazione, sono diventate gli abbracci di cari amici.

Esattamente un anno fa, però, io e Parigi abbiamo attraversato un periodo difficile. Iniziavamo ad essere stanche l'una dell'altra. Io mi guardavo intorno nell'ipotesi di trovare una nuova città amica. L'ipotesi, però, è durata molto poco. Ci siamo tenute il broncio per un po', ma poi ci siamo messe a ridere e adesso siamo ancora più amiche di prima.

Parigi amica, sempre forte e fiera. Ultimamente, però, ha mostrato il suo volto più fragile. Ancora illuminata a feste natalizie, Parigi si è spezzata. Un blackout intervallato da spari. I volti delle persone impaurite. I colleghi in panico per i figli a scuola a Montrouge. Gli amici a pochi passi da Porte de Vincennes. Le strade vuote. I militari con i mitra in mano nella metro, nelle stazioni e vicino alle scuole. No, non è la guerra. Ci sono realtà ben più tragiche di questa, lo sappiamo tutti. Ma Parigi si è spezzata per un attimo. Ed è proprio nel momento in cui scopri le fragilità di un'amica che ti rendi conto del bene che le vuoi. Di quanto vuoi rimanerle accanto. Che ti rendi conto che speri che di anni insieme ce ne saranno ancora tanti.

- Et sinon, Paris ça te plaît?
Sorride e guarda il boulevard dalla finestra del bistrot. - J'adore.



mercoledì 1 ottobre 2014

Only Mortadella can break your heart

I miei amici portoghesi la chiamerebbero Saudade. Quella malinconia nella quale riesci quasi a cullarti, che ti accompagna come un cane fidato che ogni tanto ti ricorda della sua presenza dandoti una musata sul ginocchio. E mi torna in mente che in un passato nemmeno tanto remoto, compilai un numero indefinito di moduli proprio per andare a lavorare in Portogallo.
Chissà come sarebbe stata la mia vita in Portogallo...

Io, la Saudade, me la porto dietro ormai da un po'. E quando, come stasera, mi sale il magone mentre scendo le scale della metro Lourmel perché vorrei che fossero le scale della metro Re di Roma, la curo a colpi di mortadella.
Entro nel mio Monoprix di fiducia. Quello all'incrocio fra Rue du Commerce e Boulevard de Grenelle. Quello dove vado da più di due anni a questa parte. Prendo un carrellino piccolo da spesa che fa tanto single parigino, e mi inoltro nei due piani di merce di questo affollato supermercato. Inizio prendendo flaconi di shampoo all'avena e deodoranti senza parabeni, per rendere il carrellino più affascinante e un po' meno rital
Poi mi dirigo al secondo piano. E lì, vado diretta verso la mortadella. Bella, genuina, rosa. 
Je vois la vie en rose. 
Nel carrellino, insieme a lei, shampoo, deodorante, una baguette, un po' di formaggio e una bottiglia di vino rosé. 
Je vois la vie en rosé.

Arrivata a casa, ripongo i miei cosmetici rigorosamente senza parabeni nella salle de bain, stappo il vino, taglio quasi mezza baguette e mi appresto, con una minuzia quasi chirurgica, ad alternare strati sottilissimi di formaggio a fette a spessi strati di magnifica mortadella. Sono pronta a gustare la mia baguette all'italiana, sperando di essere teletrasportata in un momento nel salone verandato di casa mia, o di casa dei miei – non so più come chiamarla.

Casa mia.
Roma mia.
Mamma mia.

Solo che 'sta mortadella non è mica buona come quella di casa. Non profuma. Il panino allappa. La baguette ci sta male. Sto formaggio non c'entra un cazzo. Ma chi me l'ha fatto fa' de spenderce pure i soldi. M'è costata quanto un braccialetto de Tiffany, 'sta mortadella.

I miei amici portoghesi la chiamano Saudade. Io non lo so come chiamarla. È la voce che si strozza mentre parli su Skype con tua madre e le racconti il concerto della sera prima di tre cantanti romani in tournée a Parigi: “...è la Roma quella bella, Mamma. Quella che mi manca.”
Perché cazzo se mi manca Roma! Ormai da non so quanto, vivo con quella sensazione che ti dà la fine di una tragica e malata storia d'amore. Come quando sei combattuta fra il dolore della rottura e della lontananza, e la consapevolezza che tornare indietro e riprovarci ti farebbe stare ancora peggio. Perché sai che non sarebbe più come prima. Perché ormai tu hai preso un'altra direzione e no, in realtà non rivorresti adesso quella vita, ma ti manca lo stesso.

E mi mancano i cornetti col cappuccino, i distributori di sigarette, il Circolo degli Artisti, i miei cani, “che se famo 'n aperitivo ar volo?”, mio padre che esce a comprare il giornale e rientra coi volantini delle offerte dei negozi di elettrodomestici, mia madre che torna dal lavoro e fa il caffé alle 6 di sera, “te faccio 'no squilletto quando so' pronta”, “Giusè, scendiiiii che è pronta la cenaaaaaaa”, mortaccivostracheschifostacittàdemmerda, chonamarezzatotale, ammazzachebbellaRomancentroperò, ciaosentichemmedaineurodepizzabbianca, tepregononannamaTrasteverecheppepparcheggiàpoiènbordello...

I miei amici portoghesi la chiamo Saudade. Io un nome non so darglielo, ma è lì e stasera non vuole proprio andarsene.
Je vois la vie en Rome.



domenica 30 marzo 2014

Almost 30

Meno di un mese ai 30. E a me di iniziare a fare bilanci non interessa. E non credo mi interesserà fra meno di un mese.
Meno di un mese ai 30 e comecazzocisonoarrivatacosìprestononloso. Voi che ai 30 ci siete arrivati prima di me, vi eravate resi conto di esserci arrivati?
Meno di un mese ai 30 e mi sembra ieri che spegnevo le candeline la sera del mio venticinquesimo compleanno nel soggiorno di casa mia, con le mie amiche. Amiche che, nel frattempo, si sono laureate, sono andate a convivere con i loro compagni, hanno cambiato lavoro, hanno avuto figli o hanno deciso di non fare più parte della mia vita. Avevo tanta paura per i miei 25 anni, non succederà di nuovo per i 30. Per i miei 30 anni, non diventerò una trentenne impaurita.

Quando ne parli a 15 anni, dei 30, pensi sempre che nella tua vita non esisteranno, che tu subirai una sorta di ibernazione a 29 anni e rimarrai per sempre con quel 2 davanti. Almeno, io non mi ci vedevo a 30 anni. Non mi immaginavo sposata, non mi immaginavo da nessuna parte di preciso, non mi immaginavo con dei figli. Semplicemente, non mi immaginavo. Tutti i miei programmi, infatti, si sarebbero dovuti compiere entro i 28 anni. Il problema è che di programmi ne avevo davvero tanti e oggi, a meno di un mese dai 30, ancora non li ho portati tutti a termine. Devo ancora fare il giro del mondo in mongolfiera, trovare il grande amore, farmi i capelli a carré e tingermeli di blu.

C'è stato un problema nel planning, scusate.

Nessuno mi aveva spiegato che ogni anno sarebbe corso via sempre più in fretta.
Nessuno mi aveva spiegato che, anno dopo anno, di programmi se ne sarebbero aggiunti altri diecimila.
Nessuno mi aveva detto che avrei abbandonato il progetto di carré blu, per adottare un mosso quasi biondo.
Nessuno mi aveva detto che avrei fatto tre traslochi a Parigi, perché nessuno mi aveva detto che sarei venuta a vivere a Parigi – anche se, in realtà, una bimba di 8 anni, in vacanza per la prima volta a Parigi, guardando un camioncino della municipalità lavare il suolo di rue Beaubourg, aveva avuto la netta sensazione che un giorno sarebbe stata parte di questa folle città; quella stessa bimba, è diventata poi una giovane venticinquenne che davanti a Notre-Dame ha formulato lucidamente la frase “Parigi, io la amo, ma non credo che potrei mai viverci”.
Nessuno mi aveva detto che a meno un mese dai 30, mi sarei sentita così tanto giovane. Come se avessi tutta la vita davanti, come quando di anni ne avevo 20. Come se di tempo per fare quel carré blu ce ne sarà ancora in abbondanza.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, una domenica mattina mi sarei svegliata con i muscoli indolenziti dallo sport, con il bisogno di scrivere.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, mi sarei resa conto che chissenefrega dei bilanci, dato che ho imparato di più in 5 anni da vagabonda che in tutta un'esistenza impiegata a fare bilanci su me stessa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni, avrei scoperto sorprendentemente che i jeans a vita alta mi stanno molto meglio dei jeans a vita bassa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese di 30 anni, avrei avuto la netta sensazione di essere amata e di amare profondamente, anche senza un uomo al mio fianco, perché nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni avrei scoperto che la famiglia può diventare un faro visibile a migliaia di chilometri di distanza, un fratello può diventare un compagno di viaggio e un serbatoio di orgoglio, le amiche lontane possono diventare delle sorelle, gli amici vicini una nuova famiglia, e i colleghi di lavoro dei compagni di banco.

Meno di un mese a 30 anni. Di bilanci non ne faccio semplicemente perché non ho tempo. Fuori ci sono 21 gradi.  


lunedì 3 febbraio 2014

Gli italiani all'estero non esistono...

Io non lo so come passano il tempo gli italiani all'estero. Sembra sia la cosa su cui si interrogano tutti gli italiani in Italia, ultimamente. Mi dispiace, io non lo so.

Io non lo so come passano il tempo gli italiani all'estero, perché gli italiani all'estero non esistono. Esistono tante persone che hanno deciso di prendere un aereo un giorno e poi non sono - ancora? - tornate all'aeroporto di partenza. E non sanno se lo faranno mai.
Esistono tanti ragazzi che sono partiti per pochi mesi e, poco per volta, si sono resi conto che il contenuto di quella valigia Carpisa non era più sufficiente e che quei pochi mesi sono diventati anni. E allora hanno accumulato vestiti, tazze, libri, lenzuola, letti e mobili. E si chiedono quasi ogni giorno cosa ne faranno se mai torneranno “a casa”.
Esistono tanti ragazzi che non ricordano il momento in cui hanno deciso di “fuggire” dall'Italia. Semplicemente perché non lo hanno deciso. Le possibilità sono porte che si schiudono improvvisamente e molto spesso si viene risucchiati da quello che si nasconde dietro di esse.

Non so, tanto meno, come passano il tempo i celeberrimi cervelli in fuga, perché io non ne conosco. Io conosco solo anime in pena: persone che scelgono ogni giorno di non tornare in quell'aeroporto di partenza per allontanarsi dalla disoccupazione, dalla crisi, dai fallimenti amorosi, dalla provincia soffocante e pettegola. Quello che queste anime in pena non vogliono ammettere, però, è che di delusioni amorose, di lavori precari e mal pagati e di pettegolezzi, ne è pieno il mondo. Anche le più affascinanti metropoli multietniche.

Io non lo so quello che fanno gli italiani all'estero perché non catalogo le persone in base al loro passaporto. Cosa che, purtroppo, ancora troppa gente fa. E il mio più grande sogno è quello di far capire agli italiani e ai non italiani che non siamo tutti uguali.
Ci sono gli italiani all'estero felici e soddisfatti di quello che hanno trovato, quelli che sgobbano dalla mattina alla sera perché sono affermati manager e quelli che sgobbano dalla sera alla mattina perché lavorano al turno notturno di brasserie con servizio continuo 24/24, quelli idealisti e quelli attaccati ai soldi, quelli che si attanagliano il cervello con domande esistenziali e quelli che di domande non se ne fanno affatto. Ci sono gli italiani all'estero che hanno studiato tanto e italiani all'estero che hanno studiato di meno. Italiani all'estero che parlano a voce alta e italiani all'estero che fai fatica a sentire cosa dicono per quanto la loro voce sia discreta. Ci sono italiani all'estero che mangiano orsetti gommosi e italiani all'estero che li odiano. Italiani all'estero che “ce l'hanno fatta” e italiani all'estero che si chiedono se al mondo ci sia davvero un posto per loro. 
Pensate, ci sono addirittura italiani all'estero che si sposano e fanno figli con non italiani all'estero, e con questi figli non parlano italiano. Ma ci sono anche italiani all'estero che risiedono all'estero e parlano ancora molto male la lingua del posto. E magari si innamorano di altri italiani all'estero.
Ci sono italiani all'estero che non credono di essere in vacanza da una vita, anzi. Alcuni credono che sarebbe addirittura stato più facile restare a casa da mamma, ché “almeno una buona cena la sa preparare e mi coccola se ho la febbre”. 
Ci sono italiani all'estero che mettono da parte soldi e giorni di ferie per fare vacanze non in Italia (all'estero, appunto). Ma ci sono anche italiani all'estero che preferiscono investire i propri soldi e le proprie ferie per andare a trovare il più spesso possibile la nipotina che cresce velocissima.
Ci sono italiani all'estero che non tornano in Italia semplicemente perché hanno molta più paura del “noto” di quanta non ne abbiano dell' “ignoto”. E poi ci sono italiani all'estero che “mi faccio due anni qui e poi torno a casa col CV arricchito e apro una start-up”. Ma ci sono anche quelli del “mettiamo insieme un piccolo capitale di partenza e apriamo una pizza al taglio a Saint-Germain-des-Près ché la ristorazione italiana va sempre una bomba a Parigi ”.
Ci sono italiani all'estero che ritoccano di continuo il loro CV in cerca di una nuova chance, italiani all'estero adagiati sul loro posto fisso, italiani all'estero che sognano di mollare tutto e aprire quel famoso chiosco sulle spiagge di Cuba. Lo stesso chiosco che sognavano quando non erano ancora italiani all'estero...

Io non lo so quello che fanno gli italiani all'estero, ma credo che non sia davvero tanto diverso da quello che fanno tanti italiani in Italia.

Il mondo è piccolo, la gente mormora e la crisi è ovunque.

E poi, esistono anche tanti italiani all'estero offesi dal falso mito dell'italiano all'estero...


mercoledì 22 gennaio 2014

Choose life. Choose a City.


- E a Parigi, come si sta? Bene, eh?
- Bene, sì. Certo.
- E dimmi, che fai a Parigi?
- Mah, lavoro in un'azienda. Faccio la XXX.
- Bello! Figurati, qualità di lavoro a mille in Francia. Là mica li fanno 'sti contrattini, niente lavoro nero...
- Ah no, figurati. Solo tanto tempo determinato. Fra un mese mi scade il contratto, ma ancora non so niente.
- Ah. Vabbè, ma ti tengono! Figurati, là, se uno è bravo, se lo tengono stretto! Poi tu parli le lingue!
- Ah, no. Infatti sto proprio tranquilla...
- Senti, e dove vivi? Mi immagino un bell'appartamentino tutto per te con vista sui tetti di Parigi.
- Condivido un appartamento con un tipo e la metà del mio stipendio se ne va per l'affitto di una camera. L'appartamento, però, è carino. Pensa, abbiamo anche la lavatrice. No, non ho la vista sui tetti parigini, ma dalla finestra della cucina vedo il dirimpettaio adolescente che trascorre le serate cantando in un flacone di deodorante, facendo finta di essere una rockstar....
- E perché non ti cerchi una cosa tutta per te? Vuoi vedere che non trovi un appartamentino carino tutto tuo?
- Mah, ho visitato qualche monolocale, ma fare la guerra per pagare 750 euro per 15 mq non mi interessa, per ora.
- Quanto???
- Quanto cosa? 750 o 15?
- Ma scusa, 15 mq è un buco!!!
- Il minimo legale per affittare un “alloggio” in Francia è 9 mq. 15 non è poi tanto male.
- Scusa, e dove cucini?
- Nei 15 mq.
- E dove dormi?
- Nel letto. Negli stessi 15 mq.
- Scusa, e dormi e cucini nella stessa stanza?
- Ah, spesso fai la doccia e cachi pure in quei 15 mq.
- Ma sono pazzi? Vabbè, però la sera quando esci, tutta vita eh!
- Beh, sì. 'Na pinta 8 euro, quando spendi poco.
- Madonna santa, ma chi te lo fa fare de sta' là? 
- Mah, sai, è comunque Parigi...
- Vabbè, sì. Ma poi, dove me lo metti il Moulin Rouge?
- Eh. Dove te lo metto il Moulin Rouge?


***

- Et vous venez de quelle région en Italie?
- Latium.
- Dove?
- Rome.
- Magnifique!
- Oh oui...
- Sono stato a Roma a Pasqua. Tempo magnifico, gli italiani tutti gentili, cucina ottima, Piazza Navona, Vespà!
- Sì, è davvero bella Roma.
- E non le manca?
- Ah, moltissimo.
- E perché non torna?
- Mah, c'è la crisi. I giovani scappano...
- Beh, ma c'è davvero tutta questa crisi che dicono? Quando sono stato là, i negozi erano pieni...
- Di russi, probabilmente.
- Effettivamente non sembravano italiani quelli nelle boutique. Sì, ma la qualità di vita in Italia, non c'è paragone! Roma, poi, vive di turismo. Lei parla le lingue, cosa ci metterebbe a trovare un lavoro a Roma?
- Mah, l'ultima volta che ho letto gli aggiornamenti sul tasso di disoccupazione giovanile a Roma, si parlava del 40%. Da allora ho smesso di tenermi aggiornata.
- Incroyable! Questo è il risultato di 20 anni di Berlusconì, n'est-ce pas?
- Mah, mica è così semplice. 
- Immagino le manchi. Cosa le manca di più?
- La pizza bianca, il cornetto e cappuccino alle 4 di notte, il Ghetto ebraico, il mare di merda a mezz'ora di macchina e mia madre.
- Ah, les italiens et la Mamma!!! Siete tutti uguali! E les pastas?!? Non le mancano les pastas?
- Lei è stato al Ghetto ebraico quando è venuto a Roma?
- Perché, c'è un Ghetto a Roma? No, ho fatto 3 ore di fila per entrare ai Musei Vaticani, ho mangiato il gelato di Grom e ho visitato Piazza di Spagna e Via Condotti. Un barista ci ha provato con mia moglie. Gli italiani sono molto simpatici...
- Sì, siamo tutti simpatici. Oh, mi scusi, si è fatto tardi. Devo andare...
- Au revoir! Come dite voi italiani... "Ciao Bellà!"
- Seh. Ciao Còre.




martedì 8 ottobre 2013

Les promenades parisiennes

È una mite serata autunnale a Parigi. L'applicazione meteo del mio smartphone dice “Prevalentemente sereno” e, infatti, dai miei grandi occhiali nuovi, sono riuscita a vedere addirittura tre stelle in cielo passeggiando in Boulevard de la Tour-Maubourg.

- No, ma rientri a piedi?!?
Sì. Cosa sono 4 chilometri con 10 centimetri di tacchi ai piedi e una merdosa giornata di lavoro sul groppone, quando fuori c'è una serata del genere?

A Parigi ho imparato a camminare. E poi a correre. A Roma guidavo. Quando hai 10 mesi all'anno (o quasi) di bel tempo, non ti interessa troppo godere di ogni singola bella serata. Qui, invece, passeggi con qualsiasi condizione climatica perché pensi sempre che domani il tempo sarà peggiore di quel che è stato oggi. A Parigi ho passeggiato con 35° e l'afa, ho corso sotto la pioggia nemmeno stessi seguendo un programma di allenamento dei Marines, ho camminato su 10 centimetri di neve in cerca di un bistrot in cui mangiare un filet sauce au poivre.

Tutto questo perché qui non ha senso stare a casa. Anche perché a Parigi, molto spesso, non hai una vera casa. Gli appartamenti in cui abitiamo sono troppo piccoli, troppo fatiscenti o troppo condivisi. Tanto vale, allora, fare in modo che la città stessa diventi la tua casa. L'VIII arrondissement è un lussuoso ingresso che apre le porte sulla Ville Lumière. Il X è una cucina un po' sporca dove poter gustare i migliori hamburger della città. Il XIX, con il suo bel Parc des Buttes Chaumont e il Bassin de la Villette, è un caldo e conviviale soggiorno in cui ricevere gli ospiti per un caffè. Il XV è la mia camera da letto con luci soffuse e candele profumate. La fermata di République è il cesso di Parigi, con i suoi famelici topi e i barboni che pisciano sulle rotaie del métro. Trocadéro è il meraviglioso balcone da cui ammirare la Tour Eiffel. Pigalle è la sala hobby insonorizzata dove ascoltare musica a tutto volume senza che i vicini si lamentino.

Da Mirosmenil a casa mia il tragitto ricalca i tipici canoni chic parigini: affascinanti avenues in cui si susseguono lussuosi hotel, pochi turisti che passeggiano, tanti lavoratori incravattati che rientrano a casa dopo essere stati incastrati nelle varie cene di lavoro. Io non ho la cravatta, ma per stasera sono una di questi. Poco male, ho bevuto dell'ottimo vino. Vicino all'Eliseo ci sono tante volanti di polizia. A me la polizia di solito non piace molto, ma quando decido di rientrare a casa da sola a piedi, non mi dispiace che ci sia, lo ammetto. 
Allez hop! Rue du Faubourg-Saint Honoré, avenue de Marigny, gli Champs-Élysées, Petit e Grand Palais, Pont Alexandre III...

- Ahia! Ecco che arriva la vescica al piede sinistro. Supero il ponte, arrivo a Invalides e prendo la metro piuttosto che rovinarmi un piede. Sì, però come si sta bene...
- No, senti devia a destra e vedi se trovi una brasserie con tabacchi aperta: dopo tutto quel vino una sigaretta ci sta bene.
- Figuriamoci se trovo un tabac a quest'ora: arriverò a casa con il piede tumefatto e senza sigaret...

Eccolo! E dietro il tabac, Lei. La Tour che sbrilluccica come ad ogni primi 10 minuti delle ore serali. Ogni volta che la vedo, mi scappa un sorriso e guardo i turisti che la fotografano con aria un po' fiera perché io posso vederla ogni sera. Un po' quello che facevo ogni volta che passavo accanto al Colosseo nel bus 87 e vedevo i turisti che si tiravano le maniche delle maglie l'un con l'altro per attirare l'attenzione su quella meraviglia.

Non vorrei essere in nessun altro posto, no. Voglio stare qui, io. È in serate come questa che capisco di essere innamorata di questa città. Basta una passeggiata perché tutto vada bene.

- Signorina, la prego, ha una sigaretta da darmi? Gliela pago...

No, basta con questa storia del “Ti pago la sigaretta”: lo so perfettamente quanto sia difficile trovare un tabac a quest'ora, io ho dovuto camminare quasi 4 chilometri per trovarne uno...
Uff, però che male questa vescica. Domani sarò obbligata per l'ennesima volta ad avvolgermi il piede in 4 cerotti. Che fastidio. Da quando abito qui ho sempre i piedi martoriati. Chi me lo fa fare, poi, di mettermi i tacchi per andare a lavoro... Per stare lì, poi. Sarebbe giusto andarci in pantofole quasi quasi, guarda...

Pfffff, calma Laura. Sei qui. Sei a Parigi e sei felice di esserci. Sei a Parigi e ci resterai ancora un bel po'. Sei a Parigi e da qui non te ne vai. Per ora...


La - per nulla parigina - colonna sonora di questo tiepido autunno parigino...


Women // Teachers

"E' da tanto che non scrivi, come mai?"  E' una domanda che mi è stata posta ogni tanto nell’ultimo paio di anni. Semplic...