mercoledì 1 ottobre 2014

Only Mortadella can break your heart

I miei amici portoghesi la chiamerebbero Saudade. Quella malinconia nella quale riesci quasi a cullarti, che ti accompagna come un cane fidato che ogni tanto ti ricorda della sua presenza dandoti una musata sul ginocchio. E mi torna in mente che in un passato nemmeno tanto remoto, compilai un numero indefinito di moduli proprio per andare a lavorare in Portogallo.
Chissà come sarebbe stata la mia vita in Portogallo...

Io, la Saudade, me la porto dietro ormai da un po'. E quando, come stasera, mi sale il magone mentre scendo le scale della metro Lourmel perché vorrei che fossero le scale della metro Re di Roma, la curo a colpi di mortadella.
Entro nel mio Monoprix di fiducia. Quello all'incrocio fra Rue du Commerce e Boulevard de Grenelle. Quello dove vado da più di due anni a questa parte. Prendo un carrellino piccolo da spesa che fa tanto single parigino, e mi inoltro nei due piani di merce di questo affollato supermercato. Inizio prendendo flaconi di shampoo all'avena e deodoranti senza parabeni, per rendere il carrellino più affascinante e un po' meno rital
Poi mi dirigo al secondo piano. E lì, vado diretta verso la mortadella. Bella, genuina, rosa. 
Je vois la vie en rose. 
Nel carrellino, insieme a lei, shampoo, deodorante, una baguette, un po' di formaggio e una bottiglia di vino rosé. 
Je vois la vie en rosé.

Arrivata a casa, ripongo i miei cosmetici rigorosamente senza parabeni nella salle de bain, stappo il vino, taglio quasi mezza baguette e mi appresto, con una minuzia quasi chirurgica, ad alternare strati sottilissimi di formaggio a fette a spessi strati di magnifica mortadella. Sono pronta a gustare la mia baguette all'italiana, sperando di essere teletrasportata in un momento nel salone verandato di casa mia, o di casa dei miei – non so più come chiamarla.

Casa mia.
Roma mia.
Mamma mia.

Solo che 'sta mortadella non è mica buona come quella di casa. Non profuma. Il panino allappa. La baguette ci sta male. Sto formaggio non c'entra un cazzo. Ma chi me l'ha fatto fa' de spenderce pure i soldi. M'è costata quanto un braccialetto de Tiffany, 'sta mortadella.

I miei amici portoghesi la chiamano Saudade. Io non lo so come chiamarla. È la voce che si strozza mentre parli su Skype con tua madre e le racconti il concerto della sera prima di tre cantanti romani in tournée a Parigi: “...è la Roma quella bella, Mamma. Quella che mi manca.”
Perché cazzo se mi manca Roma! Ormai da non so quanto, vivo con quella sensazione che ti dà la fine di una tragica e malata storia d'amore. Come quando sei combattuta fra il dolore della rottura e della lontananza, e la consapevolezza che tornare indietro e riprovarci ti farebbe stare ancora peggio. Perché sai che non sarebbe più come prima. Perché ormai tu hai preso un'altra direzione e no, in realtà non rivorresti adesso quella vita, ma ti manca lo stesso.

E mi mancano i cornetti col cappuccino, i distributori di sigarette, il Circolo degli Artisti, i miei cani, “che se famo 'n aperitivo ar volo?”, mio padre che esce a comprare il giornale e rientra coi volantini delle offerte dei negozi di elettrodomestici, mia madre che torna dal lavoro e fa il caffé alle 6 di sera, “te faccio 'no squilletto quando so' pronta”, “Giusè, scendiiiii che è pronta la cenaaaaaaa”, mortaccivostracheschifostacittàdemmerda, chonamarezzatotale, ammazzachebbellaRomancentroperò, ciaosentichemmedaineurodepizzabbianca, tepregononannamaTrasteverecheppepparcheggiàpoiènbordello...

I miei amici portoghesi la chiamo Saudade. Io un nome non so darglielo, ma è lì e stasera non vuole proprio andarsene.
Je vois la vie en Rome.



domenica 30 marzo 2014

Almost 30

Meno di un mese ai 30. E a me di iniziare a fare bilanci non interessa. E non credo mi interesserà fra meno di un mese.
Meno di un mese ai 30 e comecazzocisonoarrivatacosìprestononloso. Voi che ai 30 ci siete arrivati prima di me, vi eravate resi conto di esserci arrivati?
Meno di un mese ai 30 e mi sembra ieri che spegnevo le candeline la sera del mio venticinquesimo compleanno nel soggiorno di casa mia, con le mie amiche. Amiche che, nel frattempo, si sono laureate, sono andate a convivere con i loro compagni, hanno cambiato lavoro, hanno avuto figli o hanno deciso di non fare più parte della mia vita. Avevo tanta paura per i miei 25 anni, non succederà di nuovo per i 30. Per i miei 30 anni, non diventerò una trentenne impaurita.

Quando ne parli a 15 anni, dei 30, pensi sempre che nella tua vita non esisteranno, che tu subirai una sorta di ibernazione a 29 anni e rimarrai per sempre con quel 2 davanti. Almeno, io non mi ci vedevo a 30 anni. Non mi immaginavo sposata, non mi immaginavo da nessuna parte di preciso, non mi immaginavo con dei figli. Semplicemente, non mi immaginavo. Tutti i miei programmi, infatti, si sarebbero dovuti compiere entro i 28 anni. Il problema è che di programmi ne avevo davvero tanti e oggi, a meno di un mese dai 30, ancora non li ho portati tutti a termine. Devo ancora fare il giro del mondo in mongolfiera, trovare il grande amore, farmi i capelli a carré e tingermeli di blu.

C'è stato un problema nel planning, scusate.

Nessuno mi aveva spiegato che ogni anno sarebbe corso via sempre più in fretta.
Nessuno mi aveva spiegato che, anno dopo anno, di programmi se ne sarebbero aggiunti altri diecimila.
Nessuno mi aveva detto che avrei abbandonato il progetto di carré blu, per adottare un mosso quasi biondo.
Nessuno mi aveva detto che avrei fatto tre traslochi a Parigi, perché nessuno mi aveva detto che sarei venuta a vivere a Parigi – anche se, in realtà, una bimba di 8 anni, in vacanza per la prima volta a Parigi, guardando un camioncino della municipalità lavare il suolo di rue Beaubourg, aveva avuto la netta sensazione che un giorno sarebbe stata parte di questa folle città; quella stessa bimba, è diventata poi una giovane venticinquenne che davanti a Notre-Dame ha formulato lucidamente la frase “Parigi, io la amo, ma non credo che potrei mai viverci”.
Nessuno mi aveva detto che a meno un mese dai 30, mi sarei sentita così tanto giovane. Come se avessi tutta la vita davanti, come quando di anni ne avevo 20. Come se di tempo per fare quel carré blu ce ne sarà ancora in abbondanza.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, una domenica mattina mi sarei svegliata con i muscoli indolenziti dallo sport, con il bisogno di scrivere.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30, mi sarei resa conto che chissenefrega dei bilanci, dato che ho imparato di più in 5 anni da vagabonda che in tutta un'esistenza impiegata a fare bilanci su me stessa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni, avrei scoperto sorprendentemente che i jeans a vita alta mi stanno molto meglio dei jeans a vita bassa.
Nessuno mi aveva detto che a meno di un mese di 30 anni, avrei avuto la netta sensazione di essere amata e di amare profondamente, anche senza un uomo al mio fianco, perché nessuno mi aveva detto che a meno di un mese dai 30 anni avrei scoperto che la famiglia può diventare un faro visibile a migliaia di chilometri di distanza, un fratello può diventare un compagno di viaggio e un serbatoio di orgoglio, le amiche lontane possono diventare delle sorelle, gli amici vicini una nuova famiglia, e i colleghi di lavoro dei compagni di banco.

Meno di un mese a 30 anni. Di bilanci non ne faccio semplicemente perché non ho tempo. Fuori ci sono 21 gradi.  


lunedì 3 febbraio 2014

Gli italiani all'estero non esistono...

Io non lo so come passano il tempo gli italiani all'estero. Sembra sia la cosa su cui si interrogano tutti gli italiani in Italia, ultimamente. Mi dispiace, io non lo so.

Io non lo so come passano il tempo gli italiani all'estero, perché gli italiani all'estero non esistono. Esistono tante persone che hanno deciso di prendere un aereo un giorno e poi non sono - ancora? - tornate all'aeroporto di partenza. E non sanno se lo faranno mai.
Esistono tanti ragazzi che sono partiti per pochi mesi e, poco per volta, si sono resi conto che il contenuto di quella valigia Carpisa non era più sufficiente e che quei pochi mesi sono diventati anni. E allora hanno accumulato vestiti, tazze, libri, lenzuola, letti e mobili. E si chiedono quasi ogni giorno cosa ne faranno se mai torneranno “a casa”.
Esistono tanti ragazzi che non ricordano il momento in cui hanno deciso di “fuggire” dall'Italia. Semplicemente perché non lo hanno deciso. Le possibilità sono porte che si schiudono improvvisamente e molto spesso si viene risucchiati da quello che si nasconde dietro di esse.

Non so, tanto meno, come passano il tempo i celeberrimi cervelli in fuga, perché io non ne conosco. Io conosco solo anime in pena: persone che scelgono ogni giorno di non tornare in quell'aeroporto di partenza per allontanarsi dalla disoccupazione, dalla crisi, dai fallimenti amorosi, dalla provincia soffocante e pettegola. Quello che queste anime in pena non vogliono ammettere, però, è che di delusioni amorose, di lavori precari e mal pagati e di pettegolezzi, ne è pieno il mondo. Anche le più affascinanti metropoli multietniche.

Io non lo so quello che fanno gli italiani all'estero perché non catalogo le persone in base al loro passaporto. Cosa che, purtroppo, ancora troppa gente fa. E il mio più grande sogno è quello di far capire agli italiani e ai non italiani che non siamo tutti uguali.
Ci sono gli italiani all'estero felici e soddisfatti di quello che hanno trovato, quelli che sgobbano dalla mattina alla sera perché sono affermati manager e quelli che sgobbano dalla sera alla mattina perché lavorano al turno notturno di brasserie con servizio continuo 24/24, quelli idealisti e quelli attaccati ai soldi, quelli che si attanagliano il cervello con domande esistenziali e quelli che di domande non se ne fanno affatto. Ci sono gli italiani all'estero che hanno studiato tanto e italiani all'estero che hanno studiato di meno. Italiani all'estero che parlano a voce alta e italiani all'estero che fai fatica a sentire cosa dicono per quanto la loro voce sia discreta. Ci sono italiani all'estero che mangiano orsetti gommosi e italiani all'estero che li odiano. Italiani all'estero che “ce l'hanno fatta” e italiani all'estero che si chiedono se al mondo ci sia davvero un posto per loro. 
Pensate, ci sono addirittura italiani all'estero che si sposano e fanno figli con non italiani all'estero, e con questi figli non parlano italiano. Ma ci sono anche italiani all'estero che risiedono all'estero e parlano ancora molto male la lingua del posto. E magari si innamorano di altri italiani all'estero.
Ci sono italiani all'estero che non credono di essere in vacanza da una vita, anzi. Alcuni credono che sarebbe addirittura stato più facile restare a casa da mamma, ché “almeno una buona cena la sa preparare e mi coccola se ho la febbre”. 
Ci sono italiani all'estero che mettono da parte soldi e giorni di ferie per fare vacanze non in Italia (all'estero, appunto). Ma ci sono anche italiani all'estero che preferiscono investire i propri soldi e le proprie ferie per andare a trovare il più spesso possibile la nipotina che cresce velocissima.
Ci sono italiani all'estero che non tornano in Italia semplicemente perché hanno molta più paura del “noto” di quanta non ne abbiano dell' “ignoto”. E poi ci sono italiani all'estero che “mi faccio due anni qui e poi torno a casa col CV arricchito e apro una start-up”. Ma ci sono anche quelli del “mettiamo insieme un piccolo capitale di partenza e apriamo una pizza al taglio a Saint-Germain-des-Près ché la ristorazione italiana va sempre una bomba a Parigi ”.
Ci sono italiani all'estero che ritoccano di continuo il loro CV in cerca di una nuova chance, italiani all'estero adagiati sul loro posto fisso, italiani all'estero che sognano di mollare tutto e aprire quel famoso chiosco sulle spiagge di Cuba. Lo stesso chiosco che sognavano quando non erano ancora italiani all'estero...

Io non lo so quello che fanno gli italiani all'estero, ma credo che non sia davvero tanto diverso da quello che fanno tanti italiani in Italia.

Il mondo è piccolo, la gente mormora e la crisi è ovunque.

E poi, esistono anche tanti italiani all'estero offesi dal falso mito dell'italiano all'estero...


mercoledì 22 gennaio 2014

Choose life. Choose a City.


- E a Parigi, come si sta? Bene, eh?
- Bene, sì. Certo.
- E dimmi, che fai a Parigi?
- Mah, lavoro in un'azienda. Faccio la XXX.
- Bello! Figurati, qualità di lavoro a mille in Francia. Là mica li fanno 'sti contrattini, niente lavoro nero...
- Ah no, figurati. Solo tanto tempo determinato. Fra un mese mi scade il contratto, ma ancora non so niente.
- Ah. Vabbè, ma ti tengono! Figurati, là, se uno è bravo, se lo tengono stretto! Poi tu parli le lingue!
- Ah, no. Infatti sto proprio tranquilla...
- Senti, e dove vivi? Mi immagino un bell'appartamentino tutto per te con vista sui tetti di Parigi.
- Condivido un appartamento con un tipo e la metà del mio stipendio se ne va per l'affitto di una camera. L'appartamento, però, è carino. Pensa, abbiamo anche la lavatrice. No, non ho la vista sui tetti parigini, ma dalla finestra della cucina vedo il dirimpettaio adolescente che trascorre le serate cantando in un flacone di deodorante, facendo finta di essere una rockstar....
- E perché non ti cerchi una cosa tutta per te? Vuoi vedere che non trovi un appartamentino carino tutto tuo?
- Mah, ho visitato qualche monolocale, ma fare la guerra per pagare 750 euro per 15 mq non mi interessa, per ora.
- Quanto???
- Quanto cosa? 750 o 15?
- Ma scusa, 15 mq è un buco!!!
- Il minimo legale per affittare un “alloggio” in Francia è 9 mq. 15 non è poi tanto male.
- Scusa, e dove cucini?
- Nei 15 mq.
- E dove dormi?
- Nel letto. Negli stessi 15 mq.
- Scusa, e dormi e cucini nella stessa stanza?
- Ah, spesso fai la doccia e cachi pure in quei 15 mq.
- Ma sono pazzi? Vabbè, però la sera quando esci, tutta vita eh!
- Beh, sì. 'Na pinta 8 euro, quando spendi poco.
- Madonna santa, ma chi te lo fa fare de sta' là? 
- Mah, sai, è comunque Parigi...
- Vabbè, sì. Ma poi, dove me lo metti il Moulin Rouge?
- Eh. Dove te lo metto il Moulin Rouge?


***

- Et vous venez de quelle région en Italie?
- Latium.
- Dove?
- Rome.
- Magnifique!
- Oh oui...
- Sono stato a Roma a Pasqua. Tempo magnifico, gli italiani tutti gentili, cucina ottima, Piazza Navona, Vespà!
- Sì, è davvero bella Roma.
- E non le manca?
- Ah, moltissimo.
- E perché non torna?
- Mah, c'è la crisi. I giovani scappano...
- Beh, ma c'è davvero tutta questa crisi che dicono? Quando sono stato là, i negozi erano pieni...
- Di russi, probabilmente.
- Effettivamente non sembravano italiani quelli nelle boutique. Sì, ma la qualità di vita in Italia, non c'è paragone! Roma, poi, vive di turismo. Lei parla le lingue, cosa ci metterebbe a trovare un lavoro a Roma?
- Mah, l'ultima volta che ho letto gli aggiornamenti sul tasso di disoccupazione giovanile a Roma, si parlava del 40%. Da allora ho smesso di tenermi aggiornata.
- Incroyable! Questo è il risultato di 20 anni di Berlusconì, n'est-ce pas?
- Mah, mica è così semplice. 
- Immagino le manchi. Cosa le manca di più?
- La pizza bianca, il cornetto e cappuccino alle 4 di notte, il Ghetto ebraico, il mare di merda a mezz'ora di macchina e mia madre.
- Ah, les italiens et la Mamma!!! Siete tutti uguali! E les pastas?!? Non le mancano les pastas?
- Lei è stato al Ghetto ebraico quando è venuto a Roma?
- Perché, c'è un Ghetto a Roma? No, ho fatto 3 ore di fila per entrare ai Musei Vaticani, ho mangiato il gelato di Grom e ho visitato Piazza di Spagna e Via Condotti. Un barista ci ha provato con mia moglie. Gli italiani sono molto simpatici...
- Sì, siamo tutti simpatici. Oh, mi scusi, si è fatto tardi. Devo andare...
- Au revoir! Come dite voi italiani... "Ciao Bellà!"
- Seh. Ciao Còre.




giovedì 21 novembre 2013

No, no, no, novembre...

Forza di scrivere non ne ho avuta e non ne ho. Un motivo c'è: si chiama Novembre.

Novembre, sei sempre stato un gran mese di merda, fin da quando ero piccola. Fattelo dire.
Credevo fosse colpa del Novembre romano, ma il Novembre parigino non ha veramente nulla da invidiarti.
Le belle foglie rosse autunnali diventano poltiglia per colpa delle tue incessanti piogge.
Senza sciarpa ti ammali, con la sciarpa sudi.
I menù serali si riducono a: zuppa di verdure, zuppa di zucca, zuppa di porro, zuppa di soncazzo. Il tocco di classe è il crostino con un pizzico di noce moscata.
Il guardaroba, poi, diventa irrimediabilmente monocromatico (ancor più del solito): cappotto nero, sciarpa nera, jeans neri, stivaletti neri, umore nero.
A lavoro ci vai come un'invasata e sembri Amelia, la papera strega del Topolino.
Entri in ufficio che albeggia, esci che è già notte. La luce del giorno non la vedi proprio più.

Novembre, io ti cancellerei da tutti i calendari del mondo.
Novembre, vorrei sapere io che cosa ti ho fatto di male.
Novembre, il fatto che i grandi magazzini inizino a sfoggiare le decorazioni di Natale, non fa di te un mese più simpatico. Anzi, mi sembri solo ancor più triste.
Novembre parigino, ci hai provato ad essere un po' meno odioso del tuo cugino romano con le tue “ventes privées” a prezzi stracciatissimi e i tuoi saldi di metà autunno. Non ci sei riuscito, però, perché a novembre l'applicazione per smartphone della mia banca non fa altro che ricordarmi che, se spendo altri 3 euro in vestiti, farò bene a iniziare a fare l'elemosina al métro di Cluny-La Sorbonne.
Novembre, non mi ricordo di un novembre senza un'emergenza maltempo.
Novembre, sei un mese di merda, ma ogni anno, irriducibile, ti piazzi lì, fra il 31 ottobre e il 1° dicembre.
Novembre, è colpa tua se Giusy Ferreri, all'apice della mia depressione novembrina di qualche anno fa, mi si incrostò in testa con il suo “Ouh ouh ouuuuh...”.
Novembre, ti dirò di più: Axl Rose, a me, sta anche molto antipatico.
Novembre, a causa tua a Morrissey è venuto il ballo di san Vito nel mezzo della Death Valley.
Novembre, sono molta contenta che tu venga solo una volta l'anno. Non potrei tollerare un altro mese così poco affabile.

Novembre, fatti un esame di coscienza e sbrigati ad andartene.



martedì 8 ottobre 2013

Les promenades parisiennes

È una mite serata autunnale a Parigi. L'applicazione meteo del mio smartphone dice “Prevalentemente sereno” e, infatti, dai miei grandi occhiali nuovi, sono riuscita a vedere addirittura tre stelle in cielo passeggiando in Boulevard de la Tour-Maubourg.

- No, ma rientri a piedi?!?
Sì. Cosa sono 4 chilometri con 10 centimetri di tacchi ai piedi e una merdosa giornata di lavoro sul groppone, quando fuori c'è una serata del genere?

A Parigi ho imparato a camminare. E poi a correre. A Roma guidavo. Quando hai 10 mesi all'anno (o quasi) di bel tempo, non ti interessa troppo godere di ogni singola bella serata. Qui, invece, passeggi con qualsiasi condizione climatica perché pensi sempre che domani il tempo sarà peggiore di quel che è stato oggi. A Parigi ho passeggiato con 35° e l'afa, ho corso sotto la pioggia nemmeno stessi seguendo un programma di allenamento dei Marines, ho camminato su 10 centimetri di neve in cerca di un bistrot in cui mangiare un filet sauce au poivre.

Tutto questo perché qui non ha senso stare a casa. Anche perché a Parigi, molto spesso, non hai una vera casa. Gli appartamenti in cui abitiamo sono troppo piccoli, troppo fatiscenti o troppo condivisi. Tanto vale, allora, fare in modo che la città stessa diventi la tua casa. L'VIII arrondissement è un lussuoso ingresso che apre le porte sulla Ville Lumière. Il X è una cucina un po' sporca dove poter gustare i migliori hamburger della città. Il XIX, con il suo bel Parc des Buttes Chaumont e il Bassin de la Villette, è un caldo e conviviale soggiorno in cui ricevere gli ospiti per un caffè. Il XV è la mia camera da letto con luci soffuse e candele profumate. La fermata di République è il cesso di Parigi, con i suoi famelici topi e i barboni che pisciano sulle rotaie del métro. Trocadéro è il meraviglioso balcone da cui ammirare la Tour Eiffel. Pigalle è la sala hobby insonorizzata dove ascoltare musica a tutto volume senza che i vicini si lamentino.

Da Mirosmenil a casa mia il tragitto ricalca i tipici canoni chic parigini: affascinanti avenues in cui si susseguono lussuosi hotel, pochi turisti che passeggiano, tanti lavoratori incravattati che rientrano a casa dopo essere stati incastrati nelle varie cene di lavoro. Io non ho la cravatta, ma per stasera sono una di questi. Poco male, ho bevuto dell'ottimo vino. Vicino all'Eliseo ci sono tante volanti di polizia. A me la polizia di solito non piace molto, ma quando decido di rientrare a casa da sola a piedi, non mi dispiace che ci sia, lo ammetto. 
Allez hop! Rue du Faubourg-Saint Honoré, avenue de Marigny, gli Champs-Élysées, Petit e Grand Palais, Pont Alexandre III...

- Ahia! Ecco che arriva la vescica al piede sinistro. Supero il ponte, arrivo a Invalides e prendo la metro piuttosto che rovinarmi un piede. Sì, però come si sta bene...
- No, senti devia a destra e vedi se trovi una brasserie con tabacchi aperta: dopo tutto quel vino una sigaretta ci sta bene.
- Figuriamoci se trovo un tabac a quest'ora: arriverò a casa con il piede tumefatto e senza sigaret...

Eccolo! E dietro il tabac, Lei. La Tour che sbrilluccica come ad ogni primi 10 minuti delle ore serali. Ogni volta che la vedo, mi scappa un sorriso e guardo i turisti che la fotografano con aria un po' fiera perché io posso vederla ogni sera. Un po' quello che facevo ogni volta che passavo accanto al Colosseo nel bus 87 e vedevo i turisti che si tiravano le maniche delle maglie l'un con l'altro per attirare l'attenzione su quella meraviglia.

Non vorrei essere in nessun altro posto, no. Voglio stare qui, io. È in serate come questa che capisco di essere innamorata di questa città. Basta una passeggiata perché tutto vada bene.

- Signorina, la prego, ha una sigaretta da darmi? Gliela pago...

No, basta con questa storia del “Ti pago la sigaretta”: lo so perfettamente quanto sia difficile trovare un tabac a quest'ora, io ho dovuto camminare quasi 4 chilometri per trovarne uno...
Uff, però che male questa vescica. Domani sarò obbligata per l'ennesima volta ad avvolgermi il piede in 4 cerotti. Che fastidio. Da quando abito qui ho sempre i piedi martoriati. Chi me lo fa fare, poi, di mettermi i tacchi per andare a lavoro... Per stare lì, poi. Sarebbe giusto andarci in pantofole quasi quasi, guarda...

Pfffff, calma Laura. Sei qui. Sei a Parigi e sei felice di esserci. Sei a Parigi e ci resterai ancora un bel po'. Sei a Parigi e da qui non te ne vai. Per ora...


La - per nulla parigina - colonna sonora di questo tiepido autunno parigino...


giovedì 26 settembre 2013

Le lezioni d'italiano

Il sabato pomeriggio ho lezione d'italiano. E incredibilmente io non sono la studentessa: io sono l'insegnante. Non so ancora come sia possibile che ogni sabato, alle 15.30 e per due ore consecutive, io abbia la lucidità mentale di sedermi a un tavolo con due persone e spiegare regole grammaticali e correggere esercizi, ma questo è quello che succede ormai da un bel po'.

"Voreeeesti iun cafè, Laurà?"

"Sì, grazie!"
Ogni lezione comincia così: un caffè, qualche domanda sulla settimana trascorsa e poi si va. 
Le mie due studentesse hanno un'età imprecisata compresa fra i 60 e i 75 anni.
L. è apparentemente la più anziana fra le due: ha difficoltà a salire e scendere le scale, cammina piano, ha due nipoti pestiferi e ama viaggiare per il mondo da sola. Marocco, Yemen, Torino e Napoli: lei ci va da sola perché ha voglia di partire quando dice lei. P. è francese d'adozione: nata e cresciuta negli Stati Uniti da famiglia di origini italiane. Sapete, quei classici italo-americani tanto americani e poco italo... Qualche tempo fa, anche lei ha lasciato il suo paese per venire a Parigi dove ha insegnato per un po' l'inglese. Poi ha incontrato un uomo francese e hanno avuto un figlio. Suo figlio ha, a sua volta, conosciuto una donna giapponese che è diventata sua moglie. Da questa unione è nato un bambino che presenzia spesso alle nostre lezioni d'italiano. Tutti quanti ci chiediamo quale sarà la sua prima lingua quando imparerà davvero a parlare: per ora dice au revoir e ciao alla perfezione ed assiste abitualmente a conversazioni in francese, inglese e giapponese... Quando vedo il suo sguardo confuso, penso che non vorrei essere nei suoi panni, nonostante la mia passione per le lingue.

Le nostre lezioni d'italiano si svolgono ogni sabato nell'appartamento di P., nel quartiere più chic di Parigi. Io arrivo sempre in ritardo di almeno 10 minuti, con gli evidenti postumi delle mie sbornie del venerdì sera e i capelli sistemati alla meglio: a loro, però, non interessa.

“Laura, come fate voi donne italiane ad essere sempre così eleganti e sistemate?”
Mi guardo e penso: “Ma che dice?”

“Laura, ma come fate ad essere sempre così sorridenti? Siete un popolo felice!”
Rifletto e penso al traffico del GRA, alle innumerevoli proteste in fila alla posta, ai pianti di rabbia in seguito agli infiniti litigi nella segreteria della mia ex facoltà.

“Laura, in Italia tutto è bello, tutto è buono, tutto è fatto bene!”
Ed io penso alla bruttezza di tanti palazzi delle nostre periferie, agli sforzi di stomaco che avevo ogni giorno nella mia mensa delle medie, alle erbacce che crescono intorno alla fermata della metro Garbatella.

Mesdames, l'Italia è tanto meravigliosa quanto orribile, allo stesso tempo. Voi ne conoscete, grazie a Dio, il lato meraviglioso. Ma l'Italia è tanti paesi, è polivalente, eterogenea. Quello che ammirate a Padova, sarà impossibile da trovare a Napoli. Le bellezze di Napoli sono introvabili altrove. Siamo tanti e diversi, in un Paese grande come uno stivale...”
“Interessante... Adesso spiegaci i pronomi combinati!”

E loro, contente, mi ascoltano avventurarmi in spiegazioni di nozioni che, non so nemmeno io come, sono impresse nella mia testa dalle elementari. Parlo di soggetti, predicati verbali e complementi oggetto come se stessi ancora nella classe IVA di quella minuscola scuola elementare della campagna romana. Azzardo etimologie di parole che incontrai casualmente nei vari testi di preparazione per i miei esami universitari di linguistica. Esami che mi fecero mettere in questione più di una volta il corso di studi che avevo intrapreso...

Loro ascoltano, mi fanno domande e prendono appunti. Appunti che non useranno mai perché non studiano. L. e P. sono le peggiori studentesse che un insegnante possa incontrare. Non fanno i compiti, non ripassano, fanno finta di capire. Sono, però, le studentesse più appassionate che io abbia mai visto. Riflettono tanto, si informano sull'Italia, conoscono le vicende politiche del mio Paese meglio di me. Osservano gli italiani, ci analizzano.

Di rientro dalle sue vacanze estive in Sicilia, P. ha fatto questa considerazione:
“Gli italiani hanno paura del silenzio.”
“In che senso, P.?”
“L'Italia è un insieme di splendidi suoni legati alla vostra lingua, alla musica, alle voci, ai canti, ma voi italiani avete paura del silenzio. Ho girato la costa sicula e mi sono resa conto che non ho avuto modo di ascoltare il silenzio praticamente mai. Gli altoparlanti dei vostri lidi passano sempre musica a tutto volume, anche nell'ora della siesta. La gente parla di tutto - dalla bolletta della luce al matrimonio della starlette di turno - anche quando è intenta a nuotare in mare aperto. Le mamme hanno sempre qualcosa da rimproverare ad alta voce ai loro figli. Voi avete paura del silenzio...”
“Sai, P., credo che tu abbia proprio ragione...”

Con le orecchie piene di suoni italiani, non avevo mai notato che effettivamente l'Italia è davvero un Paese rumoroso, un Paese che urla come uno strillone di strada che, purtroppo, annuncia le stesse brutte notizie da un po' di tempo.
Questa è solo una delle tante cose che ho imparato da queste due donne intelligenti e vivaci.

Ogni sabato, di corsa in metro, mi chiedo “Che cosa mi dovrò inventare oggi? Quali domande impossibili mi faranno?” Ogni sabato arrivo sempre 10 minuti in ritardo alla mia lezione d'italiano. Ogni sabato P. e L. imparano - molto poco – da me, ed io imparo – molto – da loro.

Siamo tre insegnanti e tre studentesse ed impariamo. Anche se non ripassiamo mai la grammatica.

[Quando non mi sbronzo troppo il venerdì sera, riesco anche a concepire lezioni basate su "materiali didattici" simili a questo...]




Women // Teachers

"E' da tanto che non scrivi, come mai?"  E' una domanda che mi è stata posta ogni tanto nell’ultimo paio di anni. Semplic...